“Noi ricicliamo l’80% dei rifiuti che raccogliamo. L’Egitto diventerà famoso per il suo riciclaggio”. Sono le parole di Adham, egiziano di 17 anni che vive nel ghetto di Mokattam, quartiere-discarica de Il Cairo.
Gli Zabbaleen hanno trasformato Mokattam, il loro quartiere di immondizia, in un'enclave occupata da sistemi di riciclaggio e attività commerciali di materie seconde. Dappertutto ci sono granulatori per plastica, macine, compattatori per carta e cartone, tutto in continuo movimento. Il guadagno per questa attività è basso, ma fa sopravvivere in un paese dove quasi la metà della popolazione guadagna meno di 2 dollari al giorno.
Giacomo Magatti tags: riciclo e riuso, garbage dreams egitto, garbage dreams il cairo
Adam è uno dei 60 mila “Zabbaleen”, parola araba che significa “popolo dei rifiuti”, una comunità che vive in condizioni di povertà e semischiavitù sopravvivendo grazie al riciclaggio e al commercio dei rifiuti, di cui ogni giorno riescono ad accumularne circa 3000 tonnellate riciclandone più dell’80%, dando luogo a quello che è probabilmente il sistema di smaltimento più efficiente al mondo.
Adam è anche uno dei protagonisti del film-documentario Garbage Dreams, diretto e prodotto da Mai Iskander, presentato al SXSW Film Festival di Austin in Texas e che ha già raccolto numerosi riconoscimenti in alcuni festival di cinema indipendente, ed è ufficialmente candidato tra i 15 documentari in lizza per l'Oscar 2010.
Una nuova politica di gestione dei rifiuti significherebbe paradossalmente ridurre drasticamente la quota di riciclo che oggi si attesta all’80%.
Ma presto tutta questa attività potrebbe scomparire. Già, perché dal 2005, Il Cairo ha deciso di seguire la tendenza internazionale di privatizzare i servizi e ha appaltato la raccolta dei rifiuti per 50 milioni di dollari di contratti annuali a tre società private, due Italiane e una Spagnola.
Un passo indietro notevole da un punto di vista ambientale, un disastro per la comunità Zabbaleen che nel nuovo business naturalmente non è neanche stata presa in considerazione.
Il film, girato nell’arco di quattro anni, narra le difficili scelte che i giovani Zabbaleen si trovano a fare giorno per giorno per sé o per la propria comunità, faccia a faccia con la globalizzazione del mercato e con la prospettiva che la loro vita potrebbe essere privata dell’unico lavoro possibile, mostrando come modernizzazione non sempre significhi progresso.





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