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Il tabacco green non esiste: ecco il vero impatto del fumo sull'ambiente

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Esistono sigarette sostenibili per l'ambiente? I produttori lo fanno credere, ma la risposta è no. Vediamo i danni che il fumo provoca all’ambiente.

Dire che il fumo faccia male è un’ovvietà; nonostante ciò e nonostante le leggi antifumo, nel mondo ci sono un miliardo e duecento milioni di fumatori che consumano 15 miliardi di sigarette al giorno (di cui una su tre in Cina), un vizio che, oltre che sui loro polmoni, sta provocando anche al pianeta danni incalcolabili. Basta guardare questa scheda dell’Oms e pensare che negli Usa quasi il 20 % dei rifiuti raccolti sono mozziconi di sigaretta. E pensate poi, che se i terreni e le risorse impiegati per la coltivazione di tabacco fossero destinati a colture alimentari si potrebbero nutrire quasi 20 milioni di persone in più.
Eppure i produttori di tabacco declinano ogni colpa e si dichiarano virtuosi, tanto da pubblicare annuali dichiarazioni di responsabilità sociale d’impresa (Rsi) come fossero produttori di caramelle e non di provati cancerogeni. La prima a pubblicare una Rsi è stata la British American Tobacco (Bat) nel 2002, seguita da tutte le altre 10 multinazionali del settore.
Rispetto a qualche tempo fa probabilmente è vero che nelle coltivazioni si usano tecniche più sostenibili che richiedono un consumo inferiore di risorse e provocano minor erosione dei suoli. Ma le certificazioni nascondono tanti altri aspetti. Di tutti gli alberi abbattuti nel mondo, uno su otto viene tagliato per fare spazio alle piantagioni di tabacco e ogni anno sono utilizzati quasi 600 milioni di alberi come combustibile negli essiccatoi delle foglie di tabacco. Annualmente vengono persi più di 2 milioni di ettari di foresta per fare spazio al tabacco che equivale a circa il 5 % del totale delle emissioni di gas serra globali.
Anche in Italia si coltiva tabacco e si producono sigarette, anche se dal 2004 tutta la filiera produttiva che un tempo apparteneva ai Monopoli di Stato è stata venduta alla Bat Italia. L’87 % della produzione è concentrato nei paesi in via di sviluppo, dove il clima semiarido e il disboscamento per fare posto alle coltivazioni di tabacco sta provocando gravissimi problemi di desertificazione in vasti territori, visto che assorbe fino a sei volte più potassio rispetto alle altre colture, inaridendo irreversibilmente il terreno. Per di più ciò avviene in Paesi tra i più poveri al mondo, come Uganda, Malawi e Tanzania, dove a parte i problemi ambientali il tabacco toglie alle popolazioni l’uso di terreno e acqua.

Non dimentichiamo poi l’inquinamento diretto da fumo e l’elevato consumo di carta: per produrre sigarette ne vengono utilizzati più di sei chilometri all’ora.
Per tutti questi motivi, sempre più fumatori con una sensibilità ambientale maggiore scelgono alternative che credono meno dannose, ma che in realtà non lo sono.
La scelta di usare cartine e tabacco sfuso è fatta da molti perché non conterrebbero additivi chimici, ma le ricerche dimostrano il contrario. Un vantaggio per l’ambiente potrebbe essere che, senza i filtri, almeno non si lasciano in giro mozziconi pieni di sostanze tossiche, che vanno a finire nei corsi d’acqua e nei sistemi fognari.
Il tabacco biologico potrebbe sembrare la soluzione migliore per chi proprio non vuole rinunciare al fumo e allo stesso tempo difendere l’ambiente e almeno una parte dei 33 milioni di lavoratori del settore, esposti a continue e pesanti dosi di pesticidi. Il fatto è che questo tabacco “verde”, tra cui il più venduto è l’American spirit, è prodotto dalle stesse grandi marche delle sigarette tradizionali, è quindi solo una nuova strategia di marketing per rinverdire un mercato messo in crisi dalle leggi e per aggirare le campagne di educazione antifumo continuando a logorare salute e ambiente.
Se siete fumatori mettetevi il cuore in pace: sigarette etiche o verdi non esistono, meglio smetter di fumare.
Ma c’è da dire però che esiste anche un altro lato della medaglia, sono infatti molti gli studi per un uso alternativo del tabacco. Ad esempio si sta sperimentandone l’uso come bioindicatore per la concentrazione di ozono, mentre ricercatori americani modificando geneticamente la pianta sono riusciti a farle assorbire sostanze tossiche dal terreno e dalle acque. Foglie di tabacco, che contengono un buon contenuto in oli, sono usate anche come base per la produzione di biocarburanti, aspetto positivo visto che per lo stesso scopo sono spesso utilizzate piante con uso alimentare.

Giacomo Magatti


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