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Ma dopo Copenhagen a che punto siamo?

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A 6 mesi dall'ultima deludente COP di Copenhagen, ecco a che punto siamo per la difesa del nostro clima. In questi giorni è in corso a Bonn la convenzione dell'UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change). Visti gli scarsi risultati gli attivisti si movimentano per una giornata di azione per la giustizia climatica.

In questi giorni a Bonn si sta concludendo la trentaduesima riunione degli organi sussidiari della Convenzione UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change). Questo convegno fa parte dei negoziati intermedi sul cambiamento climatico che di anno in anno portano da una conferenza delle parti a quella successiva.
L’ultima COP, la quindicesima, si era chiusa a Copenhagen lo scorso dicembre con un nulla di fatto, e la delusione di un non accordo era evidente tra quanto avevano creduto in questo appuntamento.
Ora, in vista della prossima COP16 del prossimo dicembre a Cancun si sarebbero dovuti proporre i primi passi per il taglio delle emissioni di gas serra e di finanziamento per un modello di sviluppo più sostenibile, ma anche da Bonn arrivano notizie pessime, ancora un nulla di fatto.
Il responsabile clima dell’Onu Yvo De Boer, peraltro dimissionario a luglio, che sarà sostituito da Christiana Figueres, ha rilasciato parole tutt’altro che speranzose: "non vedo un processo che possa portare ad adeguati obiettivi di mitigazione per i prossimi dieci anni, dove come mitigazione si intendono gli obiettivi di taglio delle emissioni di gas serra, che per i paesi industrializzati sono stati identificati in un taglio fino al 40% entro il 2020 sui livelli del 1990, e che potrebbero essere un passo sostanziale per dare concretezza a negoziati fino ad oggi ben poco efficaci".
Ciò sta avvenendo sicuramente perché non c’è una leadership politica e perché si tende a dare per morto il protocollo di Kyoto evitando di rispettarlo.

Gli studiosi affermano che senza un’intesa politica i soli impegni volontari porterebbero al massimo ad un taglio del 15,6% delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2020 ma nella peggiore delle ipotesi ad un aumento del 6,5% nello stesso periodo.
Ciò significherebbe che la temperatura globale aumenterebbe molto più dei 2 gradi fissati come limite anche dall'accordo (non vincolante) di Copenhagen, e porterebbe entro il 2020 una perdita del 50% della resa delle coltivazioni nell’Africa subsahariana con impatti devastanti su aree già provate da fame e povertà.
Ma i movimenti ambientalisti non stanno fermi a guardare: le reti Climate Justice Now e Climate Justice Action, assieme a moltissimi movimenti sociali ed organizzazioni che si occupano di queste tematiche, lanciano per il 12 ottobre prossimo la prima Giornata di mobilitazione e azione globale per la giustizia climatica dove centinaia di organizzazioni in tutto il mondo proveranno a mobilitare il mondo in vista della COP16 di Cancun.
Lo faranno non solo manifestando ma facendo una serie di richieste concrete: che sia salvaguardato il protocollo di Kyoto, che siano fissati impegni vincolanti di riduzione delle emissioni, che siano stanziati finanziamenti adeguati e che siano salvaguardati i diritti dei rifugiati climatici.

Giacomo Magatti

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