Più dei proclami politici, più delle esortazioni lanciate da istituzioni internazionali, l'ottimismo è sorretto dalla nuova attenzione che il mondo del business rivolge all'ambiente. Un sorpasso significativo è avvenuto nel corso del 2008, lo annuncia ora lo United Nations Environmental Program. Per la prima volta nella storia, l'anno scorso i capitali privati globalmente investiti nelle fonti di energia rinnovabili (140 miliardi di dollari) hanno superato quelli investiti negli idrocarburi e altre energie fossili (110 miliardi). Il contributo decisivo a questo sorpasso lo hanno dato le nazioni emergenti. Guidate da Cina e Brasile, hanno aumentato del 27% i loro investimenti in energie pulite. Certo i problemi da risolvere restano immani. La Cina si è risvegliata solo dopo che il suo modello di sviluppo energivoro ha seminato distruzione. Oggi sui 600 milioni di cinesi che abitano in zone urbane, solo l'1% respira un'aria che sarebbe considerata "non tossica" in base agli standard europei. E la recessione può esercitare un pericoloso effetto anestetizzante. Grazie al crollo della produzione industriale, ai fallimenti, alle chiusure di fabbriche, il 2008 ha visto per la prima volta una riduzione parallela delle emissioni di Co2 sia in Cina che in America. Questo è un effetto tipicamente temporaneo, non deriva da cambiamenti strutturali. Guai se lo choc recessivo crea l'illusione che si possa abbassare la guardia. La decrescita può far male all'ambiente se inaridisce i finanziamenti nella ricerca. Il più grande inquinatore del pianeta sembra deciso a fare sul serio. L'ultimo rapporto del Climate Group sulla Cina è intitolato "La Rivoluzione Pulita". Negli ultimi mesi Pechino ha già investito 12 miliardi di dollari in fonti di energia rinnovabili: è seconda solo alla Germania. La Repubblica Popolare pianifica di raddoppiare il peso delle energie pulite portandole al 15% del totale entro il 2020. È un obiettivo ambizioso vista la situazione di partenza: oggi l'80% della corrente in Cina è generata da centrali termoelettriche a carbone. Anche sul carbone, la materia prima più inquinante in termini di emissioni di Co2, c'è uno spiraglio. (...) Barack Obama non vuole rassegnarsi al dominio asiatico nell'auto pulita. Annunciando la bancarotta della General Motors, che deve sfociare nel parto di una casa più snella e competitiva, il presidente ha ribadito che tra i compiti del nuovo management c'è il rinnovamento della gamma per ridurre i consumi energetici. Gli effetti si sentiranno a cascata perché l'industria automobilistica è al centro di una vasta ragnatela: l'indotto è l'universo di aziende che forniscono componenti, si stima che raggiunga fino a due milioni di persone negli Stati Uniti. Come dimostra il caso delle aziende giapponesi, sudcoreane e cinesi che producono batterie al litio per auto elettriche o ibride, attorno alla domanda di un'auto pulita si genera un intera attività industriale nuova. Inaugurando una fase di interventismo statale che non ha precedenti dai tempi di Franklin Roosevelt, Obama ha chiarito che ambiente e profitto devono andare d'accordo. È questa la cifra distintiva della sua politica industriale. Il sociologo inglese Anthony Giddens è convinto che sia la strada giusta per superare le resistenze del passato: "Obama riesce a trasformare l'ambientalismo in un messaggio positivo. Rende evidente il nesso tra energie alternative, sicurezza, e crescita economica. È capace di ispirare una vera svolta, e questa può contagiare anche l'Europa". Articolo tratto da "La Repubblica"





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