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Sonia Scommegna
"LA CINA si candida a diventare il Dragone Verde, vuole vincere la corsa mondiale verso un’economia low-carbon, a bassa emissione di Co2". Non è propaganda del regime di Pechino. L’affermazione, fatta alla vigilia della Giornata mondiale dell’Ambiente dell’Onu, è di Steve Howard che dirige il Climate Group, importante ong ambientalista americana. Howard indica la chiave di questa conversione: "I dirigenti cinesi si sono convinti che questa è la nuova ricetta del guadagno". Via via che si svelano i contenuti della maximanovra di investimenti pubblici varati dalla Repubblica Popolare per rilanciare la crescita, ecco che cosa si scopre: su 586 miliardi di dollari di spesa pubblica aggiuntiva, ben 220 miliardi (il 40%) va a finanziare l’industria verde, dal risparmio energetico alle fonti rinnovabili, dall’auto elettrica al motore ibrido. L’Amministrazione Obama rincorre la lepre cinese: sui 787 miliardi di dollari di manovra di rilancio della crescita, Washington ne stanzia una quota inferiore ma comunque importante (112 miliardi) per l’ambiente.
E almeno in un settore l’America si piazza in testa in questo duello: negli ultimi 12 mesi ha installato 8.300 megawatt di impianti eolici, un record storico, mentre la Cina arriva seconda con 6.300 megawatt di energia prodotta dal vento. Entro la fine del 2009 però il colosso asiatico sarà il primo esportatore mondiale di turbine eoliche. Arranca un po’ indietro l’Unione europea, che pure fu a lungo un modello di virtù per avere sottoscritto quasi da sola gli impegni di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di co2. Ma anche sul Vecchio continente spira un vento di ottimismo. La battaglia ambientale non è più percepita come una zavorra, un sovrappiù di costi, e un ostacolo allo sviluppo. Al contrario la Commissione di Bruxelles annuncia che "i benefici delle energie rinnovabili in termini di sicurezza e di lotta all’inquinamento vanno a braccetto con consistenti vantaggi economici". Non sono affermazioni volontaristiche. Già oggi il solo business delle energie rinnovabili occupa 1,4 milioni di europei, per lo più ricercatori, tecnici, manodopera altamente qualificata. "Altri 410.000 posti di lavoro aggiuntivi verranno creati - spiega la Commissione - se l’Unione europea raggiunge l’obiettivo del 20% di energie rinnovabili sul totale entro il 2020".
Più dei proclami politici, più delle esortazioni lanciate da istituzioni internazionali, l’ottimismo è sorretto dalla nuova attenzione che il mondo del business rivolge all’ambiente. Un sorpasso significativo è avvenuto nel corso del 2008, lo annuncia ora lo United Nations Environmental Program. Per la prima volta nella storia, l’anno scorso i capitali privati globalmente investiti nelle fonti di energia rinnovabili (140 miliardi di dollari) hanno superato quelli investiti negli idrocarburi e altre energie fossili (110 miliardi). Il contributo decisivo a questo sorpasso lo hanno dato le nazioni emergenti. Guidate da Cina e Brasile, hanno aumentato del 27% i loro investimenti in energie pulite.
Certo i problemi da risolvere restano immani. La Cina si è risvegliata solo dopo che il suo modello di sviluppo energivoro ha seminato distruzione. Oggi sui 600 milioni di cinesi che abitano in zone urbane, solo l’1% respira un’aria che sarebbe considerata "non tossica" in base agli standard europei. E la recessione può esercitare un pericoloso effetto anestetizzante. Grazie al crollo della produzione industriale, ai fallimenti, alle chiusure di fabbriche, il 2008 ha visto per la prima volta una riduzione parallela delle emissioni di Co2 sia in Cina che in America. Questo è un effetto tipicamente temporaneo, non deriva da cambiamenti strutturali. Guai se lo choc recessivo crea l’illusione che si possa abbassare la guardia. La decrescita può far male all’ambiente se inaridisce i finanziamenti nella ricerca.
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