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Nuovo anno significa nuovi propositi, rigorosamente green!! Ecco a voi tante idee per trascorrere il nuovo anno all’insegna dell’ecosostenibilità. Restate sempre sintonizzati e non dimenticatevi di consultare il calendario di Yes.life!
Sonia Scommegna
Mentre all’estero si investe e si sperimentano nuovi carburanti sostenibili l’Italia rimane a guardare. Perchè non è ancora arrivato il biocarburante da noi?
I biocarburanti sono prodotti agricoli in grado di sostituire la benzina e il diesel. La loro origine naturale li rende più facilmente riassorbibili dalla natura, e consente di ridurre del 70% le emissioni di gas serra dal trasporto privato e diminuire l’importazione di petrolio dall’estero. I biocarburanti sono quindi un’importante risorsa per il futuro soprattutto per aiutare l’ambiente e sostenere l’agricoltura. Con un potenziale impatto sui prezzi nel loro utilizzo nell’ordine di 1-2 centesimi al litro alla pompa.
Come già raccontato in diversi articoli di Yes.life le fonti da cui ricavare biocarburanti sono molteplici. La prima e quella maggiormente utilizzata è costituita dalle colture commestibili (mais, soia, girasole, bietole, patate e così via), con tutti i problemi che ne derivano.
L’ultima scoperta in ordine di tempo è la creazione di biofuel dagli scarti di lievito della birra. Una società produttrice di birra di Chico, in California, ha inventato un nuovo sistema di adeguamento della propria fabbrica, che renderà la sua bevanda un combustibile a base di etanolo di alta qualità.
Ma i biocarburanti sono ricavabili anche dalle alghe, dal mais, dai noccioli di olive, e persino dai rifiuti.
A spiegare pregi e difetti dell’utilizzo di carburanti “bio”, e le difficoltà riscontrate in Italia, è uno studio commissionato dall’Unione Petrolifera presentato da Nomisma Energia dal titolo “I biocarburanti in Italia. Opportunità e costi”.
Entro il 2010 gli obiettivi europei si prefiggono di raggiungere una miscelazione di benzina e diesel con biocarburanti al 5,75 per cento. Un target che tuttavia si ritiene verrà spostato al 2015, per raggiungere il 10 per cento al 2020.
Sono troppi i problemi. A cominciare dai terreni necessari per garantire le forniture: in Italia servirebbero oltre 2,1 milioni di ettari di superficie coltivabile aggiuntiva rispetto a quella attuale, a fronte di potenziale teorico di soli 0,6 milioni di ettari. In Europa i numeri migliorano: si stima una copertura al 2010 del 50-55 per cento, vale a dire solo 9 milioni di ettari sui 17 necessari.
Poi c’è il problema dei costi. Proprio la necessità di non incidere sui prezzi impone secondo uno sviluppo tecnologico verso biocarburanti di seconda e terza generazione derivati dalla cellulosa e dalle alghe.
E’ di pochi giorni fa inoltre la scoperta di scienziati tedeschi che sostengono che grazie al nuovo “bioliq”, un nuovo metodo per produrre a basso costo biocarburanti, a patire dal 2012 si potrà risparmiare 0,50€ per litro grazie a questo nuovo processo.
Ma a monte di tutto, almeno per quanto concerne l’Italia, c’è l’inadeguatezza delle regole che creano incertezze negli investimenti. Il meccanismo dei certificati introdotti nel 2007 con le direttive europee e non ancora funzionante a metà 2008, fa capo al ministero della Politiche agricole e a quello dello Sviluppo economico per le sanzioni, e a quello dell’Economia per i contingenti defiscalizzati. Un frazionamento che burocratizza e rallenta il processo.
Quello che è certo è che mentre nel mondo gli investimenti in produzione di biofuel stanno diventando sempre più consistenti, in Italia siamo ancora al palo. All’estero si sperimenta, si cerca di superare i problemi derivanti dall’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari (che alcuni sostengono essere stati parte di una campagna diffamatoria), e si cerca soprattutto di ridurre la dipendenza dal petrolio e da altre energie inquinanti e pericolose. Pensate solamente al Brasile, che grazie al boom dei biocarburanti è passato dall’essere un paese debitore ad un paese creditore.
In Italia si rimane bloccati tra vecchi schemi e sistemi di potere, con mercati oligopolistici che hanno paura di una vera concorrenza la quale minerebbe, grazie ad un offerte concorrenziale con vera possibilità di scelta per i consumatori, l’ordine prestabilito e che sarebbe utile a rompere vecchie convinzioni e status acquisiti (basati principalmente petrolio, ma lo stesso ragionamento di potrebbe fare nel campo dell’edilizia), puntando finalmente sull’efficienza e sul benessere della società e dell’ambiente.
Alessandro Ingegno
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