Bike sharing, car sharing o car pooling; quante volte ne abbiamo sentito parlare come soluzioni ideali ai problemi relativi alla mobilità urbana? Queste tre soluzioni, spesso invocate da organizzazioni non governative locali, sono entrate ormai nel vocabolario comune di molti dei cittadini delle nostre città.
Per chi non conoscesse il loro significato:
bike sharing: servizio che permette l’utilizzo gratuito per un determinato periodo di tempo di biciclette comunali, dando l’opportunità di prelevarle da una determinata stazione/fermata e di parcheggiarle dopo l’uso non necessariamente nella stazione stessa.
car sharing: similmente al bike sharing, si basa sull’utilizzo condiviso di automobili, pagando un fisso mensile/annuale, e in base al chilometraggio effettuato o ai tempi di utilizzo.
car pooling: servizio che permette a diverse persone che compiono lo stesso tragitto di effettuare gli spostamenti in un'unica autovettura invece che utilizzare ognuno le proprie diverse automobili.
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Di sicuro si può affermare che l’idea, presente ormai da tempo, non si espande nelle nostre città.
Perché il car sharing trova così tante difficoltà nell’affermarsi? Probabilmente proprio il concetto principale sul quale esso si basa potrebbe consistere nel primo ostacolo alla sua implementazione. Il car sharing si basa sull’erogazione del servizio mobilità invece che sull’acquisto del prodotto automobile; perché possedere un’autovettura per 24h al giorno quando la sua mera funzione è quella di darci la mobilità solo in determinati momenti? Perché pagare un prodotto quando in realtà noi potremmo pagare solo il servizio? Proprio questa visione è risultata in alcuni casi controproducente, in quanto i cittadini spesso vedono le proprie automobili come un investimento futuro, e non solo come un erogatore di servizio.
Il fatto di non possedere un automobile propria ma di possedere quote di una agenzia fornitrice di autoveicoli - e di fatto di possedere autovetture in comproprietà con persone non conosciute – può risultare svantaggioso per la buona riuscita del progetto. Le persone amano le loro autovetture particolarmente perché proprie.
Inoltre non deve essere mai sottovalutata la questione dell’automobile come status symbol, come specchio della nostra personalità o biglietto da visita della nostra posizione sociale.
Anche il car pooling sta trovando più difficoltà di quante dovrebbe trovarne.
Bisogna sempre ricordare come, a volte, la cultura di una popolazione possa consistere in una barriera per questi progetti; in molti casi, per alcune culture l’idea di condividere il viaggio con persone sconosciute certamente non rappresenta un fattore positivo per la buona riuscita del progetto.
Dal mio personale punto di vista il car pooling è una politica di mobilità sostenibile che potrebbe risultare molto effettiva, proprio perché potrebbe trovare applicazione in molte semplici azioni quotidiane, come tutte le volte che andiamo a giocare a calcetto o a cena fuori in dieci utilizzando almeno 6 autovetture invece che le sole vetture necessarie. E considerando che una grandissima parte dei viaggi urbani sono effettuati da macchine con una persona sola a bordo, ecco che le quote di mercato del car pooling aumentano in prospettiva futura rispetto al suo “cugino” car sharing.
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