Il progetto, gestito dal gruppo Apc (Arava power Company), è un investimento da tre miliardi di dollari (ma s’arriverà anche a 30 miliardi nei prossimi dodici anni) e passa attraverso la più tradizionale delle cellule produttive d’Israele: i kibbutz, ovvero le prime forme di «socialismo» agricolo. «I kibbutz sono da sempre i nostri pionieri – dice il presidente dell’Apc, Yosef Abramowitz – e il solare non è altro che la continuazione del loro spirito pionieristico».
La novità, ammantata d’un po’ di retorica, non è solo economica. La dipendenza da petrolio e gas è, per Israele più che per altri, una questione vitale. La maggior parte delle risorse energetiche è in mano a governi ostili e la crisi non aiuta: secondo le stime dell’Agenzia per l’elettricità, le riserve nazionali caleranno l’anno prossimo del 2 per cento. Di qui l’urgenza di ribaltare la situazione e investire il più rapidamente possibile in fonti rinnovabili. «La maggior parte dei Paesi europei sta puntando a rifornirsi per il 20 per cento d’energie rinnovabili – spiega Binyamin Ben-Eliezer, ministro per le Infrastrutture -, e questo anche se hanno la metà del sole che abbiamo noi. Col nostro potenziale, potremmo arrivare facilmente al 40 per cento». Fonte: corriere.it








