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L'Europa è pronta per la green revolution? E l'Italia?

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L’Unione europea è consapevole che quello dei cambiamenti climatici è il più grande dramma a cui si sta andando incontro, a livello planetario, e che questa rappresenti quindi una delle maggiori sfide che si devono affrontare tutti insieme.
Per questo l’UE cerca di muoversi compatta in un’unica direzione, e a dimostrazione di ciò l’approvazione del piano 20-20-20 su clima ed energia è un passo decisivo per contrastare i cambiamenti climatici.
Il piano europeo prevede il raggiungimento del 20 per cento della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20 per cento dell'efficienza e un taglio del 20 per cento nelle emissioni di anidride carbonica: tutti traguardi da raggiungere entro la data del 2020.
A questi obiettivi si vanno ad aggiungere la creazione di un mercato interno dell’energia che apporti benefici reali e tangibili ai privati e alle imprese, una migliore integrazione della politica energetica dell’UE con le altre politiche come l’agricoltura e il commercio, e l’intensificazione della collaborazione a livello nazionale.
Questa è quindi la linea da seguire indicata dai paesi europei. Le proposte dell’UE, inoltre, sono in linea con l’impegno a promuovere la crescita economica e l’occupazione: ricerche ufficiali dimostrano che anticipando la rivoluzione energetica si creeranno anche nuove opportunità di lavoro sul fronte delle imprese e della ricerca.

Ma non mancano le resistenze agli obiettivi indicati nel piano in sede europea, e queste vedono tra i principali antagonisti all’accordo le imprese automobilistiche, evidentemente ancora impreparate ad una rivoluzione di queste proporzioni, e i governi di alcuni Stati, in prima linea la Polonia e anche la nostra Italia, che appaiono scettici riguardo le modalità di attuazione dell’accordo 20-20-20, mostrandosi ostili ai cambiamenti.
Le motivazioni portate dall'Italia?
1) In un momento di crisi economica l'ambiente va lasciato un po' da parte
2) Il piano dell'UE risulterebbe economicamente troppo oneroso per il nostro paese
3) Un piano europeo non ha senso se il resto del mondo (vedi Cina, India e Brasile e i paesi emergenti) continua ad inquinare.

Tra i sostenitori della “rivoluzione energetica europea”, o se vogliamo “III rivoluzione industriale”, è sceso in campo in prima linea lo scrittore americano, nonché teorico dell’economia all’idrogeno e presidente della “Foundation on Economic Trends di Washington”, Jeremy Rifkin il quale, nelle ultime settimane, è più volte entrato attivamente nel dibattito europeo dispensando consigli e indicando la via da seguire.
L’economista è intervenuto dapprima dichiarando che in Europa l’utilizzo del petrolio ha ormai gli anni contati (25 per la precisione), con l’annuncio che per l’UE l’energia rinnovabile sarà, prestissimo, la fonte energetica più importante, per poi intervenire nell'intento di scoraggiare i veti e le opposizioni a questa rivoluzione epocale, ammonendo questi oppositori sul fatto che veti e rallentamenti arrecherebbero un danno all’Europa tutta. E l’Europa non si può permettere di aspettare rimandando il cambiamento. Oltretutto Jeremy Rifkin ha sottolineato come le preoccupazioni di alcuni siano infondate perché, dichiara l’economista, “solo il green business è in grado di far ripartire l'economia, perché non siamo di fronte a una difficoltà congiunturale ma al passaggio tra due ere. In Europa le fonti rinnovabili creeranno un milione di nuovi posti di lavoro, senza calcolare la crescita negli altri pilastri della terza rivoluzione industriale: l'edilizia avanzata, l'idrogeno, le reti intelligenti. In questa prospettiva stare fuori dalla scommessa sul clima significa stare fuori dall'economia vincente”.
Il futuro dell’Europa è adesso, e passa attraverso il solare, l’eolico, le biomasse e l’idrogeno; ma prima bisogna digerire il piano europeo 20-20-20.
E voi, che ne pensate?

Alessandro Ingegno

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