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La moda ecologica a Milano si chiama Riedizioni

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Luisa Cevese, designer di Riedizioni, mi ha accolto nel suo bellissimo negozio di eco moda di Milano, una vetrina luminosa che risalta nella caratteristica vietta di San Maurilio. Scopro, con mia sorpresa, che alle spalle del negozio si aprono altri due locali, un vero e proprio atelier-laboratorio, con un fascino davvero particolare. Pezzi, frammenti, modelli dei suoi lavori si susseguono, in un mix di colori e materiali, che attraggono vista e tatto insieme.

Y.L: Buongiorno sig.ra Cevese. Entrando nel suo negozio è l’occhio la prima cosa a stupirsi, l’occhio che spazia lungo tutta la parete bianca a cui sono appesi borse di varie forme e dimensioni, impermeabili, bags, portafogli, come delle vere e proprie opere d’arte di un piccolo museo. Poi la mano si allunga per toccare… la prima impressione è vincente…

L.C: Sì, in effetti se si intende il concetto di opera d’arte come pezzo unico e inimitabile, allora è così. I pezzo sono simili ma mai identici. Non ricerco l’uniformità, anche perché sarebbe impossibile utilizzando materia prima di scarto, dunque sempre diversa. L’industria tessile vede la perfezione nell’uniformità. Noi non crediamo sia così. È un po’ come in cucina, lo stesso piatto che preparo oggi non sarà identico a quello che farò domani.

Y.L: Ecco, ci parli del concept che sta dietro alle sue creazioni.

L.C: I prodotti sono realizzati con un tessuto, che chiamiamo II, frutto dell’unione di materiali diversi e spesso percepiti come opposti, il tessile e il plastico. Questa unione è più, è altro, della somma dei due elementi: è un tessuto colto, nel senso di contemporaneo, cioè espressione della realtà presente, ed è unico. È un tessuto nel quale la qualità e il rigore concettuale e produttivo sta al primo posto sia nella scelta delle materie prime che nella valorizzazione del lavoro manuale implicato. In questo progetto mi riferisco alla tradizione artigianale tessile “povera”, quella dei pezzotti valtellinesi e del patchwork, per esempio. Ho ripreso il concetto e la metodologia, creando una forma naturalmente diversa e originale.

Y.L: Lei è ed è sempre stata una designer, ma anche una ricercatrice, nel mondo dell’industria tessile. È in quest’ambito che ha preso vita il progetto?

L.C. Sì, ho collaborato per tanti anni con una grande azienda serica italiana dove ho avuto esperienza diretta della quantità e della continuità degli scarti prodotti. Da questa esperienza e consapevolezza e da un primo lavoro sperimentale nell’ ‘89-’90 nasce l’idea di un progetto di design, cioè di produzione e commercializzazione utilizzando tali scarti, che inizia veramente nel ’96.

Y.L: Quindi lei ha iniziato a lavorare con gli scarti, a pensare al riciclo e al riutilizzo come metodo di lavoro già vent’anni fa…nel boom attuale che fa del riciclo una questione di tendenza e di moda, lei può definirsi una pioniera.

L.C. Quando ha preso vita il progetto pensavo che quello fosse il momento giusto. Da allora sono cambiate molte cose. Prima distribuivo ad altri rivenditori, il 12 dicembre del 2001 ho aperto qui a Milano il primo negozio monomarca. Prima lavoravo con alcune realtà, adesso con altre. Per esempio inizialmente pensavo che i miei interlocutori sarebbe stati per lo più i negozi di design, mentre negli primi anni soprattutto i negozi di moda hanno dimostrato interesse nel nostro progetto e prodotto, essendo il settore moda molto ricettivo al nuovo e proponendo noi principalmente un accessorio di abbigliamento. Ora vendiamo principalmente a negozi di musei di arte contemporanea, tra cui per esempio il MoMA a New York, MOCA a Los Angeles, e ai migliori negozi di design, tra cui per esempio The Conran Shop.

Y.L: Essendo da sempre nell’ambiente, saprà sicuramente come recuperare i materiali di scarto.

L.C: La seta migliore ci arriva da Como, dalla Mantero, con la quale appunto ho collaborato per molti anni, per i velluti il nostro punto di riferimento è Redaelli Velluti, grande azienda che produceva i velluti utilizzati nei treni in tutta Italia. Anche se la materia prima è di scarto, la qualità dei materiali è essenziale. Riceviamo il tartan dalla Lochcarron in Scozia, il lino da Sironi…le reti da pesca da Samuele il pescatore di Filicudi in Sicilia. Recentemente ho recuperato materiale anche da Hermes. Ma inizialmente il recupero dei materiali era davvero un divertimento, un’improvvisazione. Per esempio, anni fa, quando lavoravo con i tappeti, andavo in Turchia e ai produttori chiedevo se avevano tappeti “brutti”, rotti o riusciti male che volevano buttare ma che avrei preso io. Ho recuperato moltissima stoffa in questo modo, tanto più che la qualità del filato era altissima.

Y.L: È diventata un’esploratrice, si può dire.

L.C: In un certo senso. Oltre agli scarti industriali, ci sono anche questi ritrovamenti estemporanei. Mi vengono in mente, per esempio, anche i tessuti da Chiesa. Ho utilizzato anche la plastica proveniente da rifiuti solidi urbani, come quelli dell’industria Montedipe del gruppo Montedison. L’accostamento a nuovi materiali non avviene quasi mai con pura razionalità o con un atto di volontà, o almeno a me non interessa questo approccio. Ci deve essere un piacere, una particolare attrazione per un determinato materiale, o una situazione, uno spunto, un’occasione che “muova” e determini la scelta. Per fare un esempio: il materiale realizzato con carta di giornale è nato dal fatto che, insieme alle shopping bags di carta di giornale commissionate per il negozio ad una comunità di bambini di strada in India, la prima volta arrivarono anche i loro scarti e così mi sembrò naturali utilizzarli. Ora, naturalmente, recuperiamo vecchi quotidiani e riviste in Italia. Il nostro lavoro si è costruito nel tempo, si è evoluto, e valorizza molto le occasioni: gli avvenimenti e le relazioni.

Y.L: Deduco che se la materia prima delle sue creazioni sono gli scarti tessili…

L.C: …allora non produco scarti, giusto? Bè, non è così semplice. Gli scarti ci sono, prove e ritagli di produzione per esempio, che tentiamo comunque sempre di riutilizzare a nostra volta. Ne facciamo tappeti patchwork.

Y.L: Crede che il successo mediatico della questione ambientale, e quindi del riciclo, abbia fatto sì che molte aziende abbiano iniziato ad impegnarsi su questo fronte più per ragioni di opportunità commerciale che etiche?

L.C: Sicuramente alcuni casi ci sono. La differenza la fa l’educazione e la cultura, l’onestà individuale. Personalmente nel mio lavoro non ho mai enfatizzato la componente del riciclo. Quello che credo è che il riutilizzo del materiale sia un aspetto del buon utilizzo delle risorse, sia parte di un metodo complessivo. La crisi che stiamo attraversando può essere un’occasione di ripensamento, un impulso per una presa di coscienza, per andare avanti in maniera più responsabile. Abbiamo assistito ad un depauperamento sempre più evidente della cultura produttiva del nostro Paese: la delocalizzazione della produzione e la concentrazione nel nostro paese dei soli aspetti commerciali e finanziari ho sempre pensato fosse una grossa perdita culturale. Il comparto industriale dovrebbe valorizzare di più la produzione e le persone che vi lavorano, dovrebbe trasformarsi in un sistema che rispetti di più e che scarti di meno.

Y.L: Per concludere, a che punto del cammino è l’Italia in tema ambientale? È vero che siamo anche in questo caso un po’ in ritardo sugli altri paesi?

L.C: Sì, è vero, gli USA, il Giappone, l’Inghilterra sono molto più ricettivi. Ma ognuno ha i suoi tempi, abbiamo iniziato a percorrere questa strada quando era il momento giusto per noi, credo che accelerare i tempi non sia mai buona cosa, meglio una progressione fisiologica, anche se un po’ lenta.

Per dare un'occhiata alle creazioni di Luisa Cevese: www.riedizioni.com

Lara Moro

Tag: riciclo e riuso, moda ecologica, eco moda, borse ecologiche

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