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Consumi reponsabili, scelte sostenibili: come orientarsi?

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La moltiplicazione delle opportunità di accesso a un consumo critico, a stili di vita sostenibili in ogni ambito della nostra esistenza, dal risparmio e efficienza energetica al turismo responsabile, dal volontariato alla sostenibilità ambientale urbana, tanto per fare degli esempi, ha creato una certa confusione per chi si avvicina o prova interesse per questi ambiti. Quale la scelta giusta? Non c'è risposta giusta, c'è solo la propria risposta!

Ho trovato ispirazione per questo incipit in un post di Pierluigi Traversa, Responsabile Comunicazione e Marketing di CTMAltromercato pubblicato su uno dei blog di CTM stesso - la più grande centrale di acquisto e importazione italiana nell'ambito commercio equo e solidale. Il post propone un quesito "cosa scegliere tra commercio equo e solidale e acquisti a chilometri zero?". Le due realtà potrebbero risultare contrapposte tra loro in base al criterio con cui le si valuta.

La spesa a chilometri zero consta nel comprare prodotti della propria terra, cioè che compiono pochi chilometri per giungere dal produttore all'acquirente. Questo stile di spesa ha degli indubbi vantaggi perchè favorisce la tradizione locale, dà sostentamento e ricchezza al territorio, in quanto il denaro gira dove viene speso, diminuisce l'impatto ambientale in termini di sprechi energetici e di immissione nell'ambiente, non dovendo più la merce percorrere migliaia di chilometri per giungere nelle nostre case. Se valutiamo con questi parametri il commercio equo e solidale, bhe, ne uscirebbe distrutto. In fin dei conti le banane, ad esempio, che compriamo con marchio Fairtrade, provengono da distanze siderali rispetto alle mele del mio vicino di casa che fa l'agricoltore biologico. Quindi hanno un impatto ambientale decisamente maggiore. Inoltre i soldi che spendiamo non alimentano la nostra rete di economia solidale, ma persone lontane e, ovviamente, lo stesso CTM, proseguendo nell'esempio. La merce che compriamo non è tradizionale, non ci lega alla terra in cui viviamo, ma ci trasporta lontano da noi, nel nostro immaginario.

Bene, sostituiamo l'unità di misura e osserviamo il risultato. Il commercio equo sostiene progetti di commercializzazione di prodotti del Sud del Mondo, affinchè le persone impegnate nella produzione di questi prodotti possano accedere al capitale internazionale, possano ricevere un giusto prezzo di retribuzione e usare i soldi che traggono dal proprio lavoro per alimentare le proprie capacità imprenditoriali e produttive, ma, soprattutto, per concedersi delle condizioni di vita dal punto di vista culturale, formativo, igienico sanitario crescente e di maggior qualità. Il commercio equo restituisce dignità, nella propria opera di cooperazione internazionale volta allo sviluppo commerciale e imprenditoriale di chi, fino a ieri, o era escluso o era vessato dalle condizioni in cui si trovava a operare. Questo non accade nel mondo occidentale della spesa a chilometri zero, dove le condizioni di vita di qualità sono pressochè garantite, dove i soldi spesi con giustizia locale non servono per ridare dignità alle persone, ma per mantenere in vita e allargare un circolo virtuoso.

Bene, cosa è meglio quindi? Cosa devo scegliere per compiere una spesa di giustizia? La mela del Trentino o la banana del commercio equo ( tanto per citare ancora Traversa)?

La risposta è che non c'è una risposta!. Esempi come quelli fatti ce ne sono a bizzeffe. Come si coniuga la Decrescita Felice, ad esempio, che suggerisce di lavorare meno, autoprodurre, donare, con il Turismo Responsabile, che ti porta a conoscere e vivere esperienze intense, a contatto con le persone, magari dall'altro capo del mondo, sostenendo però costi che non si adattano a un "decrescente"? A ognuno la facoltà di scegliere in base al proprio sentire e in base a ciò a cui può accedere che cosa ritiene giusto, sapendo che non esiste la spesa perfetta o lo stile di vita che riesca a considerare tutti gli aspetti ambientali, sociali, economici che siano.

Un ulteriore esempio: che senso ha smettere di consumare caffè perchè il suo trasporto inquina? C'è una bellezza intrinseca nel fatto che ci siano delle navi che solcano i mari e che ci portano i chicchi per le tazzine quotidiane. E' bello (e buono) che si possano gustare cibi e frutta di posti lontani da noi, anche se non sono della nostra tradizione. Fa parte di un processo di scambio, di inter-relazione tra i popoli che arricchisce, anche nel gusto, la nostra consapevolezza.

Occorre essere realisti, cosa che non significa essere razionali o calcolatori. Voglio dire che il mondo non è di quelli che si definiscono duri e puri, . Cioè di puristi ce ne sono tanti, ma il rischio, più che concreto, è quello di divenire rigidi, di non vedere le alternative e soprattutto di perdersi una qualità importantissima dell'esistenza, la sintesi. Un esempio viene ancora dal commercio equo. In inghilterra i marchi Fairtrade sono considerati, nei supermercati e nelle logiche commerciali e di marketing, come le altre label. Da noi no, c'è ancora chi cerca l'antagonismo, la contrapposizione, l'essere o rimanere puri e quindi diversi. Il discorso è che fare o sentirsi i diversi è l'esatto modello di esistenza a cui gli antagonisti duri e puri vanno contro!

I disequilibri che tutti insieme possiamo notare sono molteplici. E' giusto inquinare meno, specie da noi. Ma è anche giusto aiutare le persone disagiate, restituire loro dignità. E' giusto viaggiare di un turismo responsabile, anche in capo al mondo, ed è altrettanto giusto riscoprire i propri luoghi, la propria terra, le green ways locali.

Tutto questo non è in contraddizione, tutto questo è solo il caleidoscopio infinito delle opportunità di giustizia che sono davanti a noi. La scelta è nostra e credo che la cosa migliore non sia scegliere per rispettare un parametro, ma scegliere, e poi condividere e parlare della scelta fatta e dell'esperienza avuta, con chi ci sta vicino, in base a quello che dentro di noi risuona giusto, di quel senso di giustizia che deriva dal sentirsi consapevoli e responsabili della propria scelta.

La bellezza e la ricchezza del vivere sostenibile, anzi del vivere e basta , sta nel fatto che per ogni ambito del nostro esistere, c'è la sua forma di giustizia. E per ogni tasca c'è la possibilità di esprimersi con giustizia. Il bello è sapere che laddove in ciascuno sorga la necessità di vivere in maniera sostenibile in qualsiasi senso sia, c'è l'opportunità di farlo.

Perchè essere sostenibili è uno stile di vita gioioso, non un'alternativa. Perchè vivere intensamente è questione di consapevolezza e non di potere economico-monetario.

A ognuno la sua scelta di giustizia, quindi.

Alberto Marzetta

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