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Sonia Scommegna
Cambiare cellulare o computer ha oramai raggiunto una frequenza sconcertante, portando come conseguenza la produzione di un’enorme quantità di rifiuti da dispositivi inutilizzati.
In Italiano si chiamano Raee, Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, in Inglese Waee o E-waste. Computer, cellulari, televisori, lavatrici, la quantità di rifiuti “tecnologici” a livello mondiale è enorme: tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate l’anno. Sono altamente inquinanti e non possono essere gestiti all’interno del tradizionale ciclo di raccolta e trattamento dei rifiuti, ma richiedono trattamenti adeguati.
Il volume dei Raee cresce con un tasso tre volte maggiore rispetto ai tradizionali rifiuti urbani e in Europa il Wwf stima per ogni cittadino una produzione annua di circa 20 chilogrammi di e-waste; niente di strano, se si pensa che la vita media di computer e cellulari è inferiore a due anni.
Ma cos’hanno di pericoloso i Raee?
La risposta è semplice: metalli pesanti e sostanze inquinanti in grado di contaminare aria, suolo e acque. Piombo, cadmio, cromo esavalente e ritardanti di fiamma bromurati (Bfr) sono solo alcune delle sostanze contenute nelle apparecchiature elettroniche. Vari studi segnalano la presenza di queste sostanze in fiumi e terreni presso siti (soprattutto in India e Cina) dove vengono smaltiti massicciamente rifiuti elettronici. Per la salute ciò è allarmante, in quanto i rischi per l’uomo sono vari, dal cancro fino a danni gravi al sistema nervoso. Purtroppo sono i paesi in via di sviluppo ad ereditare anche questa nostra spazzatura, trasformandosi in gigantesche “discariche digitali”, spesso fuori controllo e in balia di multinazionali senza scrupoli. È chiaro come il problema sia etico oltre che legislativo.
La Commissione Europea riporta come quasi il 90% dei rottami hi-tech non vengano smaltiti correttamente ma finiscano così come sono in discarica o inceneriti. Questo nonostante ci siano da tempo precise direttive che limitano l’uso di sostanze tossiche nei dispositivi elettronici, arrivando fino ad imporne il recupero ed il riciclaggio una volta diventati rifiuti.
Come si smaltiscono i rifiuti elettronici?
In Italia, la normativa comunitaria era stata recepita con il D. Lgs. 151 del 25 luglio 2005, mentre la Legge che lo rende operativo è in vigore dal 1° gennaio 2008, e non coinvolge solo i cittadini ma soprattutto i produttori, che devono iscriversi a un apposito registro per dichiarare le quantità di Aee (Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) immesse sul mercato e soprattutto, sulla falsa riga di quanto avviene per le altre categorie di materiali riciclabili, entrare a far parte di un Consorzio che si occupa di raccolta, stoccaggio, disassemblaggio, riciclaggio e smaltimento dei Raee.
I consorzi specializzati devono fare in modo che dalle apparecchiature giunte al termine del loro ciclo di vita vengano separate le varie componenti (plastiche, metalli pesanti) per smaltirle in maniera differenziata, riciclarle o riutilizzarle.
Esempio di questi consorzi sono Ecodom, che ha già ritirato e riciclato oltre il 50 % di tutti i Raee gestiti in Italia, EcoR’it ed Ecoelit.
A breve poi dovrebbe entrare in vigore il meccanismo del “vuoto a rendere”, ossia la possibilità di restituire al negoziante un dispositivo dimesso al momento di acquistarne uno nuovo.
Ad oggi quindi chi voglia smaltire i propri computer o cellulari usati deve poterlo fare presso i punti di raccolta comunali (isole o piattaforme ecologiche).
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Esistono attualmente anche delle soluzioni di smaltimento alternative come il progetto “Rethink” che promuove sul web tre soluzioni al problema, vendita all’asta, beneficenza oppure consegna ad imprese specializzate, finalizzate in primis al riutilizzo del materiale, prodotti spesso obsoleti ma funzionanti.
Vi sono inoltre anche molte iniziative per la raccolta di vecchi apparecchi elettronici ancora funzionanti, soprattutto cellulari, grazie a cui il materiale viene ritirato periodicamente da ditte specializzate che lo rigenerano e lo vendono all’estero, destinando il ricavato ad iniziative di solidarietà. Un esempio, solo per citare l’ultimo in ordine cronologico, è quello della Caritas di Roma.
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Per Massimo de Giuli:
vedi se ti può essere utile com’è spiegato qua http://www.my-green.it/2008/articoli/articolo.asp?intarticoloid=133