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Tecnologia e sostenibilità?

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Scienza + tecnologia (e relativo trasferimento tecnologico) + ambiente = sviluppo industriale sostenibile. Potrebbe sembrare tutto puramente teorico, ma questa equazione costituisce l’unica vera leva in grado di consentire la crescita sostenibile dei paesi in via di sviluppo, di sconfiggere la povertà, di raggiungere i Millenium Development Goals e gli obiettivi di crescita individuati dalla Conferenze delle Nazioni Unite negli anni 90. Ed è anche il principio ispiratore delle attività di ICS, il Centro Internazionale della Scienza e l’Alta Tecnologia a Trieste .

Il centro è in grado di offrire soluzioni che utilizzano tecnologie sostenibili, trasferimenti tecnologici e promozione di progetti in una vasta gamma di settori: dalle energie rinnovabili alle plastiche biodegradabili, dall’information technology alle piante medicinali e aromatiche, dal laser a fibre ottiche alla decontaminazione da residui tossici e così via, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese affinchè non rimangano escluse dal processo di globalizzazione e divengano invece uno strumento di traino per lo sviluppo socio-economico locale.

Facciamo qualche esempio: si pensi a quei Paesi (particolarmente in Oriente) in cui è enormemente diffuso l’uso di contenitori di cibo e di posate in plastica, ma che non hanno le strutture e la tradizione del trattamento dei rifiuti, con il risultato di un accumulo di rifiuti indistruttibili.
Bene, da collaborazioni di ricerca avviate e seguite dall’ICS è stata ottenuta una plastica biodegradabile che si polverizza in 45 giorni. Certo, una sola forchetta non può cambiare l’equilibrio ambientale di un paese, ma milioni e milioni di forchette, come in Cina, sì!!

Allo stesso modo, i teli di plastica con cui sono protette d’inverno alcune colture possono essere prodotti con plastica che in una stagione si degrada completamente venendo assorbita dal terreno.

Sono piccoli esempi di come la tecnologia possa aiutare a preservare l’ambiente, ma possa anche rappresentare una forte opportunità per le aziende locali.

In India l’ICS hanno aiutato i pescatori dei villaggi costieri a non perdere la maggior parte del pescato (condizione che si verifica normalmente, essendo essi privi delle fonti energetiche necessarie a processarlo).
La soluzione è stata trovata in un essicatore a energia solare che, grazie all’aggiunta di speciali materiali che cedono calore anche dopo il calar del sole (phase changing materials), permette di completare il processo di essicamento. L’impianto ha un costo di 3.500 euro e fa sì che i pescatori divengano piccoli imprenditori, in grado di commercializzare il proprio prodotto.

In Pakistan e India, inoltre, dopo il terremoto di qualche anno fa, è stata organizzata una riunione di esperti internazionali e locali, in cui è stata presentato il tema del riutilizzo delle macerie per la ricostruzione di una piattaforma tecnologica ideata in Italia, in grado di riciclare le materie ottenendo materiali per la ricostruzione.

L’ICS , finanziato principalmente dal Governo Italiano, opera sotto l’egida dell’UNIDO, di cui può considerarsi il “braccio tecnologico”.

L’impegno dell’UNIDO consiste nello sconfiggere la povertà attraverso la promozione delle sviluppo industriale sostenibile, con in particolare quattro priorità di intervento a favore dei paesi più poveri.
1) sostegno dell’industrializzazione, con particolare attenzione alla piccola e media impresa (soprattutto nel settore agroalimentare), attraverso trasferimenti tecnologici, innovazione ed information technology
2) sostegno nella commercializzazione dei propri prodotti agricoli e industriali
3) accesso alle fonti energetiche, possibilmente rinnovabili (attualmente oltre due miliardi di persone non hanno accesso ad alcuna fornitura di energia, e il legame povertà-accesso alle fonti energetiche è inconfutabile)
4) ricerca di un equilibrio fra impatto ambientale e competitività industriale

L’ICS rappresenta un nuovo modo di concepire l’innovazione tecnologica, non intesa verso la soddisfazione di bisogni inesistenti ad alto valore aggiunto, bensì verso l’offerta di soluzioni ai bisogni veri, con larga applicazione nei Paesi con poche risorse.

Giulia Bruno

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