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Acqua pubblica: a rischio privatizzazione?

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Nonostante il chiaro volere dei cittadini espresso a referendum, l'acqua è ancora a rischio privatizzazione, e pochi lo sanno.

Lo scorso giugno 27 milioni di cittadini italiani hanno bocciato con un referendum la privatizzazione dell’acqua. Oggi, però, quel voto rischia di essere archiviato dal pacchetto del Monti sulle liberalizzazioni. Nel dettaglio i quesiti del referendum del 12-13 giugno in materia di acqua pubblica chiedevano di abrogare il decreto Ronchi che obbligava i Comuni alla vendita dell’acqua pubblica a società private e l’abrogazione della determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito.
Di fatto, è sul primo quesito che si gioca molto della diatriba attuale perché i sostenitori del pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti fanno notare una differenza tra la proprietà dell’acqua e la gestione del servizio. È stato però il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo il primo a parlare in tal senso: «Il referendum sull’acqua è stato un mezzo imbroglio. Sia chiaro che l’acqua è e rimane un bene pubblico. È il servizio di distribuzione che va liberalizzato».

A minare l’esito referendario, nello specifico, sarebbero degli emendamenti presentati al Senato da Enzo Ghigo (Pdl), Enrico Morando (Pd) e Daniele Bosone (Pd).
Daniele Bosone, tuttavia, non si sottrae alla discussione e sulla sua pagina facebook scrive: “Gestire tutto il ciclo idrico con una società pubblica ma non di capitali è possibile per un Comune come Napoli che la utilizza come sua emanazione, ma non per una Provincia che agisce attraverso società pubbliche di più Comuni che devono trovare una modalità per mettersi insieme ai fini della gestione. Quindi, se vogliamo una gestione pubblica nei fatti che gestisca il ciclo idrico, non esiste altra formula societaria possibile che una società consortile a totale capitale pubblico”. 

La gestione pubblica diventerebbe dunque molto ma molto complessa da realizzare: da qui gli emendamenti al Decreto Monti. L’impressione, comunque, è che con questi emendamenti, il Pd voglia ritornare alla proposta di legge che aveva presentato ben prima del referendum e in cui affermava la contrarietà alla privatizzazione forzata dell’acqua da parte dei Comuni ma che non escludeva i privati dalla gestione, così come non escludeva un adeguamento delle tariffe.
Così come è tornato sulle proprie posizioni referendarie il Pdl. Certo è che i cittadini si sono già espressi chiaramente a referendum sul tema acqua pubblica.

La discussione sull’acqua, tuttavia, si presenta ancora molto lunga e anche un po’ ambigua. Molti altri emendamenti sono stati presentati e altro motivo di tensione, ad esempio, sarebbe l’eliminazione della possibilità di creare enti di diritto pubblico, tipo i consorzi, per la gestione di quei servizi “di rilevanza economica generale” che, in pratica, era vista come la possibilità della gestione pubblica degli acquedotti. Ma sul tema si attende anche il parere della Consulta.
In attesa di capire come andrà a finire, i movimenti e i comitati non sono rimasti inerti e hanno già lanciato appelli e petizioni sul web affinché il risultato conquistato a giugno con il voto di milioni di cittadini non venga spazzato via da una battaglia giocata esclusivamente nelle aule parlamentari.

Diana Comari


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