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Amianto, il dietro le quinte di Casale Monferrato del dopo Eternit

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La condanna per i vertici dell'Eternit non è che un punto di partenza per Casale Monferrato: l'amianto continua a mietere vittime, mentre nel resto del mondo sono centinaia i siti da bonificare e le fabbriche da chiudere. La nostra inchiesta.

«Sono le nostre torri gemelle». Così il quotidiano La Stampa di Torino ha definito, nei giorni della storica sentenza di condanna per Eternit, la strage infinita di Casale Monferrato: 1.800 morti per asbestosi (fibrosi polmonare) e mesotelioma (tumore alla pleura), oltre ad altre malattie implacabili che colpiscono chi respira l'amianto.
Una carneficina che continua ancora oggi, nonostante la fabbrica sia chiusa da anni e l'uso dell'amianto sia ormai vietato dalla legge. I danni dell'amianto infatti, si manifestano anche a distanza di decenni dall'esposizione, tanto che solo nel 2011 sono morte a Casale Monferrato altre 58 persone, 40 delle quali nella fabbrica non ci avevano neanche mai lavorato. Un inconsolabile lutto collettivo che neanche la sentenza di condanna a 16 anni di carcere dei due responsabili dell'azienda Eternit riuscirà in qualche modo a lenire.

Ma andiamo a Casale per soprire i retroscena della vicenda. «Basta un colpo di tosse o un leggero dolore alla schiena per pensare al peggio – raccontano gli abitanti della cittadina piemontese – C'è chi si sottopone a controlli settimanali in ospedale per sapere se è arrivato il suo turno». E' così che si sentono quelli che sono cresciuti in quelle nuvole di impalpabile polvere bianca, all'apparenza così innocua, e hanno visto morire familiari e amici. Soffrono i disagi psicologici tipici degli scampati a un disastro, dal senso di colpa agli attacchi di panico, tanto che per un anno molti di loro sono stati sottoposti a una psicoterapia settimanale che li aiutasse a convivere con il fantasma dell'Eternit. Almeno fino a quando la Regione non ha tagliato i fondi.
Di certo si sente una sopravvissuta, con tutto il peso che questa condizione comporta, la presidente 83enne dell'Associazione familiare vittime dell'amianto, che ha visto morire marito, figlia, sorella, un nipote e un cugino. Sopravvissuta come Pietro Condello, che ha cominciato a lavorare nella fabbrica Eternit nel 1966 e ha visto cadere 28 dei suoi 29 compagni di reparto, ed ora soffre di asbestosi.
Queste sono solo alcune delle storie che si sentono ogni giorno a Casale Monferrato, mentre i vertici Eternit sapevano da anni delle conseguenze dell'esposizione all'amianto, ed incuranti continuavano a esporre dipendenti e cittadini ad un costante e concreto rischio mortale.

Per i superstiti di Casale, la condanna dei vertici dell'azienda rappresenta in qualche modo un nuovo inizio, un riscatto se non altro simbolico dinanzi all'indifferenza decennale di chi avrebbe potuto salvarli. Ma per tutte le famiglie piemontesi (per lo più di seconda generazione, dal momento che la maggioranza degli operai era rappresentata da immigrati meridionali) che hanno esultato tra le lacrime per il verdetto di colpevolezza, ce ne sono molte altre che non potranno contare neanche su questa parziale consolazione.

Per gli stabilimenti Eternit di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli) i giudici hanno dichiarato il non doversi procedere perché il reato è prescritto. Per le centinaia di persone già seppellite e per quelle che ancora si ammaleranno nei prossimi anni, la giustizia ha esaurito il tempo disponibile. Eppure, solo a Bagnoli si contano 134 morti per tumore al polmone, 9 per cancro alla laringe, 258 per asbestosi polmonare, 65 per mesotelioma, oltre a un centinaio di operai che ancora combattono contro le stesse malattie. Per loro, come per i malati di Rubiera, la storica sentenza torinese di qualche giorno fa avrà per sempre un retrogusto insopportabilmente amaro.

La presenza minacciosa dell'amianto, intanto, non si esaurisce alle località in cui sorgevano le fabbriche che lo lavoravano. Secondo una recente stima del Cnr, in Italia esistono ancora 2,5 miliardi di metri quadrati di coperture realizzate con materiali contenenti amianto, per un totale di circa 32 milioni di tonnellate. Per non parlare della fibre “nascoste” all'interno di vecchi ferri da stiro, freni delle auto, tubature e cassoni dell'acqua fabbricati prima del 1992, oppure quelle contenute in oggetti fabbricati in Paesi, tra cui la Cina, in cui l’amianto non è ancora vietato e continua a seminare la sua scia di lutto e di sofferenza.

La condanna di Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne, in altri termini, non è che il punto di partenza di un processo che non potrà che essere ancora molto lungo, e che passa dalla bonifica dei siti contaminati, dalla ricerca di nuove cure e dalla lotta per i diritti dei lavoratori di ogni parte del mondo.

Silvana Santo

 


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