Coronavirus, tamponi orofaringei: tutto quello che c’è da sapere

È da giorni che circolano notizie circa l’inutilità dei tamponi orofaringei per verificare la positività o meno dei soggetti al nuovo coronavirus. Tutto quello che c’è da sapere.

Coronavirus
(Getty Images)

Un costante susseguirsi di notizie quelle relative al nuovo coronavirus. Un bene, da un lato, perché l’informazione è costante. Un male, dall’altro, perché a volte all’interno del calderone ci finiscono anche notizie imprecise. In alcuni casi vere e proprie “bufale“. Una di queste riguarda i tamponi orofaringei per verificare la positività o meno dei soggetti al nuovo coronavirus. Ma cosa c’è di vero? Cosa è falso?

Coronavirus, tamponi orofaringei: bugie e verità

Il tampone orofaringeo, ossia il test attraverso il quale è possibile comprendere se un soggetto è affetto o meno dal virus, è stato oggetto di numerose teorie. L’ultima riguarderebbe la sua inutilità. Stando ad una notizia che da giorni circola in rete, infatti, qualcuno avrebbe avanzato (l’assurda) ipotesi che questo tipo di test sarebbe efficace solo se si parla di batteri e che, in ogni caso, i risultati sono disponibili dopo 10 giorni.

Facciamo chiarezza, perché serve, sul punto. La redazione di Wired, ha spiegato nel dettaglio qual è il suo funzionamento, ma soprattutto lo scopo.

Ogni tampone ha un unico fine: determinare se in un soggetto è presente un agente patogeno ed, in caso positivo, di che genere. Il test ha una modalità di esecuzione molto semplice: tramite un bastoncino simile ad un cotton fioc, si strofina la mucosa della faringe posteriore che è ricoperta da secrezione. Non è un esame invasivo e bastano solo pochi secondi.

Una volta prelevato, riporta Wired, il campione viene immerso in un gel e poi a sua volta in uno specifico contenitore. Il tutto passa, poi, ad un laboratorio che dovrà estrapolare il risultato. Qualora dovesse risultare la presenza di agenti patogeni allora ne verrebbe determinata anche l’origine. L’esito del test giunge dopo 4/6 ore anche se, nel caso attuale, gli ospedali stanno cercando di ridurre ancor di più questo lasso di tempo.

Nel caso del coronavirus, se il tampone risulta positivo viene effettuata un’ulteriore verifica. Il test viene trasmesso all’Istituto Superiore di Sanità, incaricato di fornire conferma attraverso test diagnostici. È l’Iss che provvede ad estrarre l’Rna. Una sorta di riprova che consente alle autorità competenti di avere l’effettiva contezza dei contagi.

Un metodo scientifico che da lungo tempo consegna risultati più che attendibili.

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