10 domande a Daniela Piazza: curiosa, innamorata della vita e del suo lavoro

Daniela Piazza nella nostra intervista parla dell’oggi e del ieri, tra cinema, tv e teatro, senza nascondere il pensiero incerto che volge al futuro dello spettacolo 

Daniela Piazza
Daniela Piazza (foto di Sham Hinchey)

Si è raccontata senza limitazioni ed esitazioni Daniela Piazza. L’attrice italiana, dalle origini mezze danesi, ha accettato il nostro invito e ha risposto ben volentieri alle nostre 10 domande.

Un fiume in piena Daniela che si definisce una persona che “cerca la bellezza in tutti gli aspetti della vita”. Un’artista poliedrica che con la sua passione per la recitazione ha sperimentato collaborazioni che vanno dalle produzioni teatrali, a quelle cinematografiche e televisive.

In tv ha lavorato al fianco del maestro Gigi Proietti e al cinema è stata diretta per due volte da Gabriele Muccino. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Daniela Piazza che, in un momento così delicato per il lavoro in genere, non ha nascosto le sue paure per il settore dello spettacolo messo a dura prova dall’emergenza sanitaria.

Daniela, la sua carriera è iniziata negli anni Novanta, da allora come è cambiata la sua vita? Chi è Daniela oggi?

La mia vita è cambiata, sono passati tanti anni. È cambiato il mondo attorno a me e ovviamente sono cambiata anch’io. Ho iniziato giovanissima, quando anche questo lavoro era molto diverso. C’era una cura che negli anni spesso è stata accantonata per la velocità che si è costretti a mantenere, per contenere i costi, ma per fortuna la tecnologia ci viene incontro. Si cresce ogni giorno e se si potesse usare l’esperienza dell’età adulta durante la gioventù, non sarebbe male. Ma l’inesperienza dei giovani spesso è anche accompagnata dall’innocenza, una bella qualità per un artista, una qualità che andrebbe protetta e mantenuta. Non saprei definirmi. Posso dire che sono una persona che cerca la bellezza in tutti gli aspetti della vita e l’insegnamento da ogni esperienza, anche la più brutta. Sono curiosa, innamorata della vita e del mio lavoro.

Al cinema è stata diretta per ben due volte dal grande Gabriele Muccino, ne L’Ultimo bacio e poi Baciami ancora. Cosa ci può raccontare di lui? Che tipo è sul set?

Gabriele è un artista, che scrive e dirige le sue storie. È una persona vera che dice quello che pensa. Se hai fatto i compiti a casa e porti sul set il tuo lavoro, è pronto ad accogliere le tue idee e le tue suggestioni, anche se ha già una sua visione ben precisa. È un regista che ama gli attori e cerca sempre una verità nei personaggi. E questo per me è molto importante, sia come attrice che come spettatrice.

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E proprio nei film di Muccino ha lavorato al fianco di grandi attori della nostra epoca tra i quali Accorsi, Favino, Santamaria. Qualche aneddoto su di loro che ci può svelare? Come è stato lavorarci prima e ritrovarsi poi dopo tanti anni?

È stato bello ritrovarsi tutti insieme dopo tanti anni, è sempre bello lavorare con dei bravi attori e loro sono bravissimi. Sul set di “Baciami Ancora” abbiamo ritrovato quel clima goliardico che aveva accompagnato le riprese de “L’Ultimo Bacio”, dove eravamo tutti più giovani e spensierati, così come lo erano i nostri personaggi. Quello di “Baciami Ancora” è stato un set pieno di gioia e voglia di creare qualcosa di bello. Portare avanti un personaggio a dieci anni di distanza è una possibilità che pochi attori hanno e io questo privilegio me lo sono goduto appieno.

Daniela Piazza
Daniela Piazza (foto di Sham Hinchey)

E a proposito di grandi nomi non possiamo escludere Gigi Proietti con cui ha lavorato in “Una pallottola nel cuore”. Un grande della recitazione, cosa ha significato per lei e cosa ha imparato dal Maestro Proietti?

È proprio così, Gigi Proietti è un maestro. È un maestro perché lo è stato, nel vero senso della parola. E sul set porta con sé quella generosità comune ai maestri che insegnano la materia che gli sta a cuore. È molto piacevole lavorare con lui, oltre ad essere molto divertente. È un susseguirsi di barzellette ed aneddoti esilaranti. Non è difficile capire come mai è così amato dal pubblico e da così tanti anni.

I ruoli che ha impersonato in tv sono stati tanti ma senza dubbio nel cuore degli italiani rimane quello di Suor Marie nella fiction “Incantesimo”. Cosa ha rappresentato per lei questo ruolo?

“Incantesimo” è stata una delle fiction più seguite in tv e ci sono tuttora persone che si vedono le repliche sui canali Rai. Ho partecipato a tre stagioni di “Incantesimo” e ancora accade che qualcuno mi riconosca per il ruolo di Suor Marie. È un personaggio che ho amato tantissimo, sono grata per la continuità economica che il lavoro mi ha offerto e per l’esperienza che ho accumulato in quegli anni. Si girava tutto molto velocemente e bisognava essere sempre pronti ed efficaci, altrimenti perdevi l’occasione di fare un buon lavoro. Proprio durante le riprese di “Incantesimo 3” ho conosciuto Alessio Boni, con cui ho poi lavorato ne “La Ragazza nella Nebbia” di Donato Carrisi. Un altro film e un altro ruolo al quale sono molto legata, quello di Maria Kastner. Un personaggio che mi ha permesso di fare il mio lavoro d’attrice, allontanandomi il più possibile da me stessa e di questo devo ringraziare Donato.

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Rispetto ad allora come è cambiato il ruolo della fiction nella società di oggi? Molte piattaforme e molta meno tv, un danno o un bene?

Dove c’è diversità e complessità di offerta non può che esserci del bene. I danni nel nostro settore sono altri. Sono la mancanza di possibilità, la burocrazia, i pochi fondi d’investimento nella cultura in generale. Purtroppo l’Italia si è lentamente trasformata in un paese dove l’arte e la cultura sono diventati un surplus. Lo stesso mestiere dell’attore è a stento considerato un lavoro, ma quasi un hobby, un passatempo. Si fanno molti meno film e se ci sono nuove piatteforme di qualità che possono dare nuovo lavoro ai lavoratori dello spettacolo, ben vengano.

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Le sue origini sono in parte danesi. Che rapporto ha con la Danimarca?

Pur essendo nata in Italia, ho la doppia nazionalità. Mia madre è danese e metà della mia famiglia vive a Copenaghen. La Danimarca è il luogo delle vacanze della mia infanzia e ho un grande desiderio di trascorrere un periodo importante della mia vita a Copenaghen e anche in giro per tutta l’isola e la penisola dello Jutland. Amo profondamente la natura forte e selvaggia dell’estate danese, la luce particolare di quelle giornate che non finiscono mai. La distanza fortifica i rapporti e mitizza i luoghi, forse è per questo che per me la Danimarca è sempre stato il paese dei balocchi, senza inganno però! Ho dei progetti di cui non parlo per scaramanzia, ma l’intenzione è di unire l’Italia e la Danimarca attraverso il mio lavoro. Questo è il mio desiderio più grande.

Come sta affrontando questo particolare momento di emergenza sanitaria? C’è qualcosa che sta riscoprendo e apprezzando?

Da brava scandinava, da subito ho seguito alla lettera le limitazioni imposte in questo periodo. Sono in casa oramai dal 6 marzo ed esco solo una volta alla settimana per fare la spesa. All’inizio facevo veramente fatica ad uscire. Il fatto di dovermi allontanare da un estraneo incontrato sul mio stesso marciapiede mi metteva e mi mette tuttora a disagio. Ci si sente uno contro l’altro e invece ci si dovrebbe sentire ancora più uniti. In questo periodo mi concentro su progetti di lavoro futuro e dedico gran parte del tempo ai miei figli. Loro sono più di 50 giorni che non mettono piede fuori di casa, sono bravissimi, ma ogni giorno diventa sempre più dura per tutti. Penso alle persone che sono sole in questo isolamento, a quelle che non hanno i soldi per fare la spesa. Penso alle persone anziane sole a casa senza nessuno con cui scambiare due parole, alle persone che hanno perso i loro cari in questi giorni, penso alle famiglie con figli diversamente abili, alle donne vittime di maltrattamenti e costrette a casa con i loro aguzzini. Ecco, penso che questo distanziamento sociale sia molto più di un metro o un metro e mezzo di distanza tra due esseri umani, credo che lo Stato debba fare al più presto qualcosa di tangibile per diminuire questo distanziamento sociale tra il benestante e il povero, oggi ancora di più che in passato.

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Un momento non facile per le arti. Cosa si potrebbe fare a riguardo secondo lei?

Cinema e teatri sono stati tra i primi settori ad essere limitati e poi a dover chiudere del tutto. A quanto pare saranno anche tra gli ultimi a riaprire. Io non so cosa stia facendo il governo per le arti in questo momento, non lo so perché non se ne parla abbastanza. Non c’è traccia di un percorso possibile da percorrere, con almeno delle ipotetiche tappe da programmare. Gli artisti meritano rispetto, così come chi ha deciso di investire nella cultura, ed è proprio questo che fa più male. Non sono mai stata un’esperta di tematiche amministrative, ma parlando con un amico musicista, lui proponeva di portare avanti una richiesta che mi sembra semplice ed efficace. Riguarda, non gli ammortizzatori sociali di questa fase acuta, ma si riferisce al periodo in cui prima o poi si potrà riprendere a lavorare. E il pericolo è che, senza i soldi dei privati, impoveriti dalla situazione attuale, e senza idonei fondi pubblici, si potrà fare ben poco. Quando, per la ripartenza, il governo destinerà dei fondi alle regioni e di conseguenza ai comuni, noi artisti possiamo chiedere e pretendere, che una percentuale di questi soldi siano destinati alla cultura. Se ciò non accadrà, vista la mentalità italiana che vede la cultura come un surplus, probabilmente tutti o quasi tutti quei fondi verranno destinati alle attività primarie e il settore cultura e spettacolo rimarrà con poche briciole.

Daniela Piazza
Daniela Piazza (foto di Sham Hinchey)

Progetti futuri? Cosa farà appena tutto questo finirà?

Poco prima del lockdown stavo lavorando a tre spettacoli teatrali. “Immaginatevi…”, un concerto narrante per violino, violoncello, pianoforte e voce recitante, ideato da Pasquale Filastò, violoncellista e scrittore di colonne sonore cinematografiche. Per conferire all’ascolto non solo un’immagine sonora ma anche narrativa, ai brani musicali dello stesso Filastò, di Schubert, Fauré, Debussy, Ravel e di Nicola Piovani, si alternano pensieri raccontati da me come voce narrante, che avrò il ruolo di entrare nella vita dei compositori e dei loro pensieri. È un onore per me poter accompagnare con le parole, la musica del violino di Plamena Krumova, del violoncello di Pasquale Filastò e del pianoforte di Francesco Lecce. La musica è la vera protagonista dello spettacolo! Un altro spettacolo rimasto in sospeso è “Hostages”, un bellissimo monologo scritto e diretto da Antonio Prisco, un attore e drammaturgo molto interessante, che ultimamente ha scritto, insieme ad Alessandro Angelini, una versione moderna dell’“Amleto”, interpretato da Giorgio Pasotti e Mariangela d’Abbraccio. “Hostages” è un dialogo interiore di una donna romana con i suoi fantasmi del passato di cui è rimasta ostaggio. Una donna del popolo, ex tossicodipendente con problemi psichiatrici, rinchiusa in un OPG, i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Un testo crudo e poetico allo stesso tempo, un personaggio molto diverso da me con cui mettermi alla prova. E infine “Identità in ballo”, una mostra/evento/performance di tre giorni ideata da Rachele Palladino, dove si alternano pièce teatrali, esposizioni fotografiche e di pittura, mapping, talk e musica live. Un luogo dove si affrontano le multiformi configurazioni che l’identità può assumere, attraverso diversi mezzi e punti di vista. Un appartamento privato abitato giorno e notte, come luogo della memoria, dove ogni artista ha un contenuto. Una maratona in cui spettatori e attori condividono ruoli e set, risucchiati in una sorta di fiaba, di happening continuo. L’intenzione è di riprendere tutti e tre i progetti al più presto. Adesso, più di prima, c’è bisogno di cultura, di arte e di bellezza!