La morte di Stefano Cucchi: il processo e quello che c’è ancora da scoprire

La morte di Stefano Cucchi, il geometra romano morto il 22 ottobre 2009 mentre si trovava in custodia cautelare in carcere, è ancora avvolta nel mistero. Dopo dieci anni, due processi e tre inchieste e una campagna denigratoria nei sui confronti e della sorella Ilaria il caso non è ancora chiuso.

 

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In questo articolo ti spiegheremo chi era Stefano Cucchi, in quali circostanze è morto il giovane geometra romano, i dettagli sui processi che hanno riguardato il suo decesso e qual è stato l’impatto sull’opinione pubblica della battaglia portata avanti dalla sorella Ilaria.

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Chi era Stefano Cucchi e i dettagli legati alla sua morte

 

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Stefano Cucchi, romano, nato il primo ottobre del 1978, faceva il geometra e lavorava insieme con il padre Giovanni che ha uno studio nel quartiere Casilino della Capitale.

Stefano Cucchi muore il 22 ottobre del 2009, a soli 31 anni, mentre era stato sottoposto al regime di custodia cautelare.

Il 15 ottobre del 2009, Stefano viene fermato dai carabinieri Francesco Tedesco, Gabriele Aristodemo, Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Gaetano Bazzicalupo perché viene notato mentre cedeva qualcosa a Emanuele Mancini in cambio di denaro.

Così, il giovane viene subito portato in caserma e perquisito. Le forze dell’ordine troveranno nelle sue tasche 20 grammi di hashish, tre dosi di cocaina e una medicina che  Stefano usava per curare la sua epilessia.

A questo punto Stefano viene arrestato. Il giorno dopo, durante la convalida del fermo, al giovane “viene attribuita una nazionalità straniera e la condizione di senza fissa dimora, nonostante fosse regolarmente residente in città“.

Quello stesso giorno, durante il processo, Stefano ha difficoltà a camminare e presenta dei lividi sulla faccia ma al padre, che gli si avvicina, non dice di essere stato picchiato.

Nonostante le sue precarie condizioni fisiche il giudice ordina la custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli di Roma e fissa l’udienza per il processo al mese successivo.

Però, nel frattempo, le condizioni di Stefano iniziano a peggiorare e la notte del 16 ottobre il ragazzo viene portato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma dove i medici refertano delle lesioni ed ecchimosi alle gambe, alla faccia e all’addome, la frattura della mandibola, della terza vertebra lombare e del coccige.

Nel suo stato sarebbe dunque necessario il ricovero ma Stefano rifiuta e viene nuovamente portato in carcere. Purtroppo, però, le sue condizioni peggiorano e si ritiene necessario portarlo all’ospedale Sandro Pertini di Roma dove arriva in condizioni disperate, pesando solo 37 chili.

Il giovane Stefano muore la mattina del 22 ottobre 2009 e da quel momento il caso Cucchi diventa un episodio di cronaca giudiziaria fatto di procedimenti giudiziari che coinvolgono il personale sanitario dell’ospedale Pertini e l’Arma dei carabinieri.

La famiglia di Stefano, specialmente la sorella Ilaria Cucchi, si è battuta strenuamente per arrivare alla verità. Il clamore mediatico sollevato dalla pubblicazione della foto dell’autopsia di Stefano ha fatto in modo di tenere viva l’attenzione e arrivare a determinare le responsabilità.

Due processi e tre inchieste: il calvario della famiglia Cucchi

 

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Il difficile percorso della famiglia Cucchi per arrivare alla verità e a rendere giustizia alla memoria di Stefano inizia nel 2012 con il primo processo contro i medici e gli agenti della polizia penitenziaria per omicidio colposo.

Quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini di Roma vengono condannati in primo grado a 1 anno e 4 mesi. Il primario dell’ospedale a 2 anni di reclusione, un altro medico viene invece condannato a 8 mesi per falso ideologico.

Vengono invece assolti in sei tra infermieri e agenti della Polizia Penitenziaria perché secondo i giudici non avrebbero contribuito alla morte del giovane.

Si arriva dunque, il 23 marzo 2018 (cioè nove anni dopo la morte di Stefano Cucchi) all’appello-ter. I medici Anna Aprile e Alois Saller svolgono una nuova perizia tecnica sulle cause che hanno portato alla morte il giovane Stefano. In quell’occasione il Comune di Roma si costituisce parte civile.

Nel frattempo, a settembre 2015, dietro l’impulso della famiglia Cucchi, la Procura di Roma apre un fascicolo affidato al sostituto procuratore Giovanni Musarò che porta al processo bis .

Le indagini preliminari si concludono a gennaio 2017 con la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità dei carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco.

I militari sono accusati di aver picchiato il giovane Stefano con calci, pugni e schiaffi e di averlo fatto cadere procurandogli dei danni gravi che lo hanno portato alla morte anche per la noncuranza dei medici.

In più i carabinieri Francesco Tedesco, Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini, devono rispondere delle accuse di falso e calunnia perché hanno omesso i nomi dei colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro e per aver testimoniato il falso al processo di primo grado.

Va ricordato che le dichiarazioni fatte dai militari dell’Arma durante il processo di primo grado hanno portato all’accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità nei confronti di Cucchi.

Il 14 novembre 2019 arriva la sentenza con la quale Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro vengono dichiarati colpevoli di omicidio preterintenzionale e vengono condannati a 12 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

In più, i due sono tenuti al pagamento delle spese legali e di centomila euro a titolo di provvisionale ad ognuno dei genitori della vittima.

Un destino diverso invece spetterà a Francesco Tedesco e al maresciallo dei carabinieri Roberto Mandolini. Il primo viene assolto dal reato di omicidio preterintenzionale ma condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per falso.

Per lo stesso reato il maresciallo Roberto Mandolini viene condannato a 3 anni e 8 mesi di reclusione e l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici.

In ultimo, il 20 giugno 2018 Francesco Tedesco, uno degli imputati del processo-bis, che aveva presentato una denuncia contro ignoti alla Procura della Repubblica di Roma.

Il carabinieri dichiarava la scomparsa di una sua annotazione di servizio del 22 ottobre 2009 verso i suoi superiori nella quale descriveva i fatti accaduti nella notte fra il 15 e il 16 ottobre precedente cioè la notte dell’arresto di Stefano Cucchi.

Nella annotazione di servizio, Tedesco descriveva di avere assistito al pestaggio di Stefano Cucchi da parte dei propri colleghi e di aver anche provato, inutilmente, a contenerli.

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L’impatto mediatico della morte di Stefano Cucchi, dalla battaglia di Ilaria al docufilm di Netflix

Stefano Cucchi
Le circostanze che hanno portato alla morte di Stefano Cucchi sono state oggetto di sentimenti di rabbia collettiva e in molti si sono mobilitati per chiedere giustizia e verità (Getty Images)

La morte dei Stefano Cucchi e il calvario che la sua famiglia ha dovuto sopportare per arrivare alla verità è diventato un fenomeno mediatico che ha coinvolto la politica e le istituzioni.

A far scoppiare il caso fu CNRmedia, allora diretta dal giornalista William Beccaro, che per prima ha deciso di pubblicare la foto del pestaggio di Stefano sul proprio sito web.

Fu la svolta – ha dichiarato Ilaria Cucchi – se William Beccaro non avesse preso la decisione di pubblicare le foto di mio fratello, molto probabilmente non sarebbe mai esistito alcun caso Cucchi”.

Il drammatico caso della morte di un giovane ha portato a una produzione di documentari, film e libri molto ingente.

Maurizio Cartolano ha realizzato il documentario dal titolo “148 Stefano – Mostri dell’inerzia” presentato al Festival del Cinema di Roma. Adriano Chiarelli ha scritto un saggio-inchiesta che si intitola “Malapolizia in cui fa un’ampia analisi sulla vicenda.

La storia di Stefano Cucchi arriva anche alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2018 con il film “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini prodotto da Cinemaundici e distribuito da Lucky Red e Netflix. Il personaggio si Stefano è interpretato da Alessandro Borghi che vince il David di Donatello come miglior attore protagonista.