Continua la repressione di sangue: almeno 18 morti

Le forze armate sparano ancora sui manifestanti pacifici, riuniti contro il colpo di Stato effettuato dall’esercito.

La violenza non si arresta in Birmania. Sin dal 1 febbraio, giorno del colpo di Stato per mano dell’esercito, le strade dell’intero Paese sono scosse da insurrezioni contro la presa di potere da parte delle forze armate. Il golpe ha condotto alla cessione dei pieni poteri al capo militare generale Min Aung Hlaing; mentre la politica birmana Aung San Suu Kyi è stata arrestata e attualmente è detenuta nel carcere di Naypyidaw, la capitale del Myanmar. A richiedere l’immediato rilascio della leader democratica (premio Nobel per la pace nel 1991), non sono solo i manifestanti, ma anche numerose nazioni del mondo: quella della crisi in Myanmar è ormai una questione internazionale.

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Una repressione senza precedenti

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Le forze armate continuano a spegnere le proteste con colpi di arma da fuoco e granate fumogene della polizia. La repressione è considerata tra le più violente e sanguinose mai condotte dalle milizie birmane e il numero delle persone morte durante le manifestazioni continua a salire. Mya Thwate Thwate Khaing, la 20enne uccisa con un colpo alla testa, è solo la prima vittima simbolo di una dura repressione che sembra non avere fine. La lista continua con due morti, di cui uno minorenni, registrati la scorsa settimana a Mandalay, seconda città più importante del Paese. Il bilancio di oggi sale a 18 persone uccise e oltre 30 feriti in tutto il Myanmar. La maggior parte delle vittime proviene dalle località di Yangon, Mandalay e Dawei.

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myanmar blocco social media da parte dell'esercito
Manifestanti in Birmania (Getty Images)

Tuttavia, i media locali avvertono che gli avvenimenti si stanno susseguendo in maniera rapida e caotica; pertanto, risulta difficile tenere con precisione il conteggio dei decessi.

Fonte Al Jazeera