Matteo Bassetti a YesLife: “Serve gestione locale dell’epidemia”

E’ un fiume in piena il professor Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all’ospedale San Martino di Genova, che nell’intervista realizzata da YesLife spiega qual è la situazione in Italia e come prepararci, secondo lui, per affrontare i prossimi mesi.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Prof. Matteo Bassetti (@matteo.bassetti_official)

Dalla variante indiana alla ratio del coprifuoco alle 22, sono solo alcuni degli argomenti che abbiamo trattato con il professor Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all’ospedale San Martino di Genova.

LEGGI ANCHE > Incidente Alex Zanardi. La Procura chiede l’archiviazione del caso ma la famiglia si oppone

L’intervista al professor Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all’ospedale San Martino di Genova

LEGGI ANCHE > Covid-19, l’Italia torna quasi interamente in zona gialla: cosa si può fare

Professor Bassetti, qual è in questo momento la situazione in Italia?

In questo momento abbiamo una positività sul totale dei tamponi fatti che viaggia dal 4 a 5% quando si fanno molti tamponi. C’è un’importante discesa di questa percentuale che ricordiamo essere ben oltre il 10%. Per altro una percentuale molto simile che avevamo nello stesso periodo del 2020. La differenza è che allora si facevano dai 60 ai 65mila tamponi al giorno mentre oggi ne facciamo tra i 350 e 400mila. Per quanto riguarda il dato ospedaliero, ormai sono 14 giorni che questi numeri scendono tant’è vero che abbiamo perso circa 6000 persone rispetto ai picchi in media intensità e circa 500/600 rianimazione. Oggi siamo scesi sotto la soglia psicologica dei 3000 ricoverati in terapia intensiva. Quello che non scende è il numero dei decessi che rimane intorno ai 300/400 al giorno. E’ possibile che nelle prossime settimane assisteremo a una riduzione. Mi pare una situazione  nella quale avere molta cautela però il momento più difficile è ampiamente passato e ci auguriamo che tra la fine di aprile e l’inizio di maggio ci porterà a livelli di contagio minimi”.

Siamo pronti per le riaperture?

Se si vuole ripartire in uno scenario di rischio zero probabilmente bisognava attendere di avere almeno il 70% di italiani vaccinati dunque a ottobre. La domanda non è se siamo pronti ma se possiamo permettercelo dal punto di vista economico, sociale, psicologico, culturale di aspettare fino a ottobre perché qualcuno non è stato in grado di gestire in maniera adeguata la campagna vaccinale. La risposta è no e dunque è chiaro che siccome il rischio zero non esiste bisogna portare questo rischio al minimo. Si può ripartire non con un liberi tutti ma con raziocinio e coerenza. Io credo che è arrivato il momento di cambiare un po’ il paradigma sul Covid, di finire di avere continue restrizione e continui divieti e arrivare a una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini. Dovrebbero essere i cittadini per primi a dire cosa bisogna evitare altrimenti così diventa la dittatura sanitaria. Ho usato un’espressione forte ma fondamentalmente le decisioni sono politiche, non si può continuare a far passare certe decisione come scientifiche. Ci si deve assumere la responsabilità di scelte che con la scienza non hanno nulla a che vedere. Sono scelte politiche e come tali io le rispetto ma non si faccia passare che le scelte le prendono i medici“.

Alcuni suoi colleghi ritengono che sia troppo presto per le riaperture manifestando preoccupazione e paventando la chiusura in estate. Lei cosa ne pensa?

Il rischio zero probabilmente sarà presente alla fine dell’anno. E’ un problema di opportunità. Ci sono molti paesi molto avanzati dal punto di vista infettivologico come la Spagna, che è un Paese a cui noi italiani nell’ambito della cura delle malattie infettive e dell’igiene pubblica abbiamo sempre teso, e mi pare abbiano preso una strada molto diversa dalla nostra. Ieri in Spagna c’è stato un torneo di tennis internazionale con il pubblico, a Madrid sono tornati a una vita pre-covid regolamentata. Mi pare che questa visione oscurantista italiana si sposi poco con quello che sta succedendo in altri Paesi europei come la Spagna e il Portogallo. E’ difficile paragonare quello che succede in Germania con quello che succede in Italia perché siamo profondamente diversi come modo di vivere. Se a un cittadino tedesco gli dici che deve osservare il coprifuoco dalle 20 alle 6 del mattino per lui non cambia niente perché se lei va in una città tedesca si renderà conto che alle 20 è molto difficile trovare le persone che vanno in giro. Se lei mi dice che a Napoli o a Siracusa bisogna osservare il coprifuoco alle 20 è evidente che le abitudini sono molto diverse. Secondo me è molto più alto il rischio di una normalità non controllata piuttosto che regolamentarla in modo preciso e puntuale. Con i 25 grandi che c’erano ieri la gente non la tieni più, o la regolamenti o la gente farà le stesse cose“. 

Qual è la ratio del coprifuoco alle 22?

Questo lo deve chiedere a chi l’ha deciso. Io personalmente non lo comprendo“.

Perché nonostante in Germania le vaccinazioni procedano speditamente i contagi sono comunque molto alti? C’è il rischio che accada anche in Italia?

Quello che noi dobbiamo cercare di evitare è di confrontare periodi diversi con numeri di tamponi diversi. Oggi la potenza di fuoco a cui siamo arrivati in Germania, in Italia e in altri Paesi è di circa un milione di tamponi al giorno. Bisogna stare molto attenti all’interpretazione dei dati. Io credo che la Germania stia procedendo molto spedita nelle vaccinazioni rispetto all’Italia ed è verosimile che la Germania rischi di ripartire prima di noi. Loro hanno fatto una scelta diversa cioè quella di stare tranquilli fino a giugno anche perché la Germania è molto diversa rispetto all’Italia, abbiamo un clima profondamente diverso e abbiamo una testa profondamente diversa. Quindi io credo che sia importante evitare di continuare a fare i paragoni con gli altri. Noi non dobbiamo dimenticarci la vocazione che ha il nostro Paese dal punto di vista economico cioè quella turistica. Non si può di certo paragonare la vocazione turistica della Germania con quella dell’Italia“. 

Quanto sono pericolose le varianti, ultima tra tutte quella indiana? I vaccini sono in grado di proteggerci anche dalle varianti?

Secondo me la cosa più pericolosa della variante indiana è la comunicazione cioè fare quello che è stato fatto negli ultimi due giorni. Si parla solo della variante indiana ed è stata isolata forse in un caso, in un laboratorio in Toscana un mese fa, non mi pare che sia una realtà del nostro Paese, non sappiamo con certezza che i vaccini non funzionino perché ad oggi non è dimostrato che una singola variante abbia in qualche modo ridotto l’efficacia del vaccino. Io penso e spero che con le varianti ci sia un po’ meno di infodemia e che evitiamo di far diventare un discorso da bar o da social come decidere chi gioca centravanti nelle partite della nazionale“.

L’estate 2020 è passata nella convinzione che non ci sarebbe stata una seconda ondat del virus. Come trascorreremo dunque l’estate 2021?

E’ evidente che ci saranno nuovi casi, questo mi pare scontato e fa parte della convivenza con il virus. Avremo delle nuove ondate e quello mi pare evidente. Quanto saranno grandi queste ondate? Tanto maggiore sarà il numero di persone non vaccinate. E’ chiaro che se saremo in grado di vaccinare il 70% della popolazione avremo quell’immunità di popolo che consentirà una minore circolazione del virus e quindi un impatto minore sul sistema sanitario. Cerchiamo di non vivere l’estate con l’idea che tutto è finito. L’estate sarà un momento giustamente di riposo sapendo che a ottobre o novembre potrebbero esserci dei casi. Dobbiamo cambiare la testa della gente e dei nostri governanti. Se pensiamo di essere un Paese Covid free sbagliamo per cui noi avremo a che fare con questo virus e lo dobbiamo affrontare in maniera un po’ meno pazzoide di come l’abbiamo affrontato fino adesso con chiusure e riaperture. Decisioni prese a livello centrale con organismi che si riuniscono, che decidono è profondamente sbagliato perché dobbiamo arrivare a una gestione dell’epidemia che è sempre più fatta su base locale, con un’epidemiologia locale, con misure fatte a livello locale. Secondo me le misure nazionali da politburo funzionano poco“.