“Aiutatemi a morire” l’appello disperato di Fabio Ridolfi

Fabio Ridolfi è paralizzato da 18 anni. Lancia un disperato appello allo Stato: “aiutatemi a morire”

Fabio Ridolfi vive a Fermignano, provincia di pesaro-Urbino, ha 46 anni e da quando ne aveva 28 è paralizzato. E’ iniziato tutto 18 anni fa quando, dopo un improvviso malore è stato colpito da una tetraparesi da rottura dell’arteria basilare. Fabio rivendica oggi il suo diritto al suicidio assistito e si rivolge allo Stato italiano.

fabio ridolfi paralizzato chiede morire
Fabio Ridolfi (Ansa)

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Fabio Ridolfi è paralizzato da 18 anni. Vive bloccato nel suo letto. Riesce a muovere solo gli occhi e può comunicare solo grazie ad un puntatore oculare. Allo stremo delle forze lancia il suo disperato appello allo Stato: “Da 18 anni sono ridotto così. La mia situazione diventa sempre più insostenibile. Aiutatemi a morire“.

Il dramma di Fabio Ridolfi: paralizzato da 18 anni ora chiede di morire

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Fabio Ridolfi (Ansa)

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Fabio Ridolfi è rimasto paralizzato a soli 28 anni a causa di una tetraparesi da rottura dell’arteria basilare. Da 18 anni riesce a muovere solo gli occhi ed è grazie a loro che riesce a comunicare, tramite un puntatore oculare. Grazie a questo strumento è riuscito a registrare e diffondere online il video dove lancia il suo disperato appello allo Stato italiano chiedendo di aiutarlo a morire. Fabio è seguito dall’Associazione Luca Coscioni, associazione per la difesa dei diritti e per la libertà di ricerca scientifica. Proprio grazie all’associazione Ridolfi si è potuto rivolgere all’Asur Marche per l’attivazione delle pratiche previste dalla sentenza della Corte Costituzionale per il suicidio assistito. Ad oggi però, Fabio Ridolfi non ha ancora ricevuto alcuna risposta.

Il video dell’appello di Fabio ha fatto il giro del web creando una vera e propria bufera mediatica. Dalla sua parte ovviamente il Tesoriere dell’Associazione Coscioni, Marco Cappato che si è così espresso a riguardo: “Fabio chiede di porre fine alle sue sofferenze in modo indolore, con le modalità più veloci per la sua dignità. E’ un suo diritto, sulla base della sentenza della Corte Costituzionale nel caso Cappato/Antoniani“.