vermi

Un nuovo studio ha scoperto che un semplice cambiamento genetico è in grado di prolungare la vita di un verme di 500 anni. Gli scienziati sperano che questa scoperta sia in grado di fare luce sul processo di invecchiamento umano.

Vermi come il nematode Caenorhabditis elegans possono effettivamente dire molte cose. Rispetto ai mammiferi, questi piccolissimi vermi vivono solo per due o tre settimane, il che li rende ideali per studiare i vari geni ed i percorsi metabolici condivisi anche dall’uomo.

In passato, agli scienziati dimostrarono che l’alterazione della via di segnalazione dell’insulina nei vermi produceva un aumento del 100% della durata della loro vita; invece, i cambiamenti nella cosiddetta via TOR (bersaglio della rapamicina) comportava un aumento del 30%.

Con quest’ultimo studio gli scienziati sono riusciti a modificare geneticamente entrambi i percorsi portando ad un risultato quattro o cinque volte maggiore rispetto alla somma degli effetti separati. Questi risultati mostrano che l’invecchiamento non è semplicemente il risultato di un singolo gene o percorso che agisce da solo, ma piuttosto una confluenza di reti che lavorano tutte insieme.

Ciò potrebbe spiegare perché non è stato trovato nessun gene in grado di fornire una vita più lunga a vermi, umani o altri animali. Quando, invece, sono state apportate modifiche ai percorsi IIS e TOR, gli autori hanno scoperto che la loro attività a monte ha funzionato in sinergia, inducendo una risposta allo stress mitocondriale che ha promosso la longevità.

Resta da vedere se questo meccanismo si riveli utile nell’uomo, ma la conoscenza di questa relazione ha certamente aperto nuove strade per la ricerca.