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Di Martino non ci gira intorno: “Il futuro fa paura”

Published by
Matteo Fantozzi

Dimartino torna da solista con “L’improbabile piena dell’Oreto” e, nell’intervista a Leggo, svela paure, radici e desideri: un percorso in cui il futuro non rassicura, Palermo inquieta e l’arte pretende libertà assoluta.

Macché: qui c’è un artista che mette l’anima sul tavolo e non fa sconti. Nell’intervista a Leggo, Dimartino lascia intendere che il nuovo lavoro non sia un semplice capitolo in più, ma un manifesto personale. E allora la domanda è una: siete pronti a leggere tra le righe di un disco che potrebbe nascondere più di quanto mostra?

Di Martino non ci gira intorno: “Il futuro fa paura” (ANSA) YesLife.it

Oggi esce “L’improbabile piena dell’Oreto”, un disco folk che trova radici nella Sicilia e, soprattutto, in Palermo. Dimartino spiega a Leggo di aver costruito le tracce come un fiume: niente strappi, un flusso continuo in cui acqua e città diventano bussola emotiva. L’Oreto, che nasce rigoglioso e arriva esausto, gli ha ispirato l’idea di una piena “improbabile ma non impossibile”: una piena che, a livello emotivo, chiamerebbe in causa tutti noi. Saremmo ancora capaci di straripare o l’emotività adulta tende a sedarsi? Coincidenza poetica o indizio del suo momento interiore?

Nessuna rottura e nessun addio burrascoso

Il parallelo con il “dopo Colapesce” era nell’aria. Ma a Leggo, Dimartino tiene immediatamente a fissare un punto: nessuna rottura e nessun addio burrascoso. La loro forza, dice, è sempre stata quella di custodire e proteggere le individualità artistiche, restando in contatto quotidiano. Fine del capitolo? Forse. Oppure, chissà, nuove traiettorie parallele potrebbero aspettarli dietro l’angolo. Voi come la leggete: rassicurazione sincera o mossa per tenere il pubblico sulle spine?

E poi c’è il futuro, tema caldo che a Leggo affronta senza giri di parole. Dimartino ammette che il futuro lo spaventa, soprattutto se osservato attraverso gli occhi di un padre. Le notizie su guerre e cambiamento climatico pesano, e l’istinto, confida, è quello di proteggere. Tradotto in musica, il futuro per lui è come la foce: punto d’arrivo, certo, ma non la fine della corsa. Dovremmo farcene un promemoria?

Su Palermo non la manda a dire: nella chiacchierata con Leggo tratteggia una città che sembra “aver chiuso le vie di fuga” e persino le vie d’ingresso, rischiando, a suo avviso, di diventare una caricatura esotica di se stessa. Eppure, la scelta è stata di tornarci a vivere. Contraddizione o dichiarazione d’amore in piena regola? Forse entrambe. Perché chi conosce Palermo sa che è una città che ti chiama anche quando sembra voltarti le spalle.

Nel pezzo “Gusci vuoti”, Dimartino riaccende un tema che gli è caro: la sconfitta generazionale. A Leggo descrive una scena da film: ex compagni di scuola che si ritrovano dopo vent’anni, a un funerale, e fanno i conti con la vita. La sua generazione, suggerisce, non si sente fortunata come aveva sperato: ci si aspettava un futuro migliore dei genitori, ma spesso si stringono in mano gusci, non conchiglie piene. Vi ritrovate in questa immagine o pensate che sia solo una poetica iperbole?

Tra fiume, Palermo e Sanremo: gli indizi che accendono il dibattito

Sul fronte politico, l’artista con Leggo è netto: non si sente rassicurato dal clima attuale e ritiene difficile non prendere posizione. A suo giudizio, questo momento storico sarebbe addirittura tra i più critici, con effetti che, secondo lui, zavorrano la libertà creativa in musica, cinema e scrittura. Nessun tifo cieco, però: nel suo ragionamento trova spazio anche una critica alla sinistra, accusata di aver smesso di parlare a chi dovrebbe sentirsene rappresentato. Domanda scomoda: è una lettura che dividerà il pubblico o, paradossalmente, lo avvicinerà?

Dimartino rivendica la scelta di non partecipare a eventi quando sente che l’allineamento politico in scena non lo rappresenta; e ricorda come, ai tempi di “Ragazzo di destra” con Colapesce, siano arrivate le critiche. Lui, però, rilancia quell’idea: prima di tutto la libertà, anche se costa caro. Coerenza artistica o sfida calcolata?

C’è anche Federico García Lorca a fare da stella polare. Dimartino confida a Leggo di aver scelto i suoi versi come un modo indiretto, ma potentissimo, per parlare di politica: dentro c’erano già fiume, foce e fonte, le tre parole chiave del disco. Un gioco di specchi in cui la poesia fa da megafono alla realtà.

E il suono? Scorre. Letteralmente. Le tracce sono costruite per non interrompersi, con l’acustica come ossatura, un coro di cinque voci femminili, archi e elettronica trattata come paesaggio e rumore. A tratti potrebbe sembrare persino un treno che passa, con un flauto sintetizzato a cucire i brani come un leitmotiv. Chi ha in mente certe atmosfere di René Aubry coglierà l’eco subito: qui lo scorrere non è solo concetto, è architettura sonora.

Dimartino racconta a Leggo la stima per Tredici Pietro, con cui ha lavorato per l’ultimo Festival di Sanremo, e per Mobrici, con cui ha firmato “Interstellar” in “Supernova”. Ma lancia anche una frecciatina costrutt