Dimartino torna da solista con “L’improbabile piena dell’Oreto” e, nell’intervista a Leggo, svela paure, radici e desideri: un percorso in cui il futuro non rassicura, Palermo inquieta e l’arte pretende libertà assoluta.
Macché: qui c’è un artista che mette l’anima sul tavolo e non fa sconti. Nell’intervista a Leggo, Dimartino lascia intendere che il nuovo lavoro non sia un semplice capitolo in più, ma un manifesto personale. E allora la domanda è una: siete pronti a leggere tra le righe di un disco che potrebbe nascondere più di quanto mostra?
Oggi esce “L’improbabile piena dell’Oreto”, un disco folk che trova radici nella Sicilia e, soprattutto, in Palermo. Dimartino spiega a Leggo di aver costruito le tracce come un fiume: niente strappi, un flusso continuo in cui acqua e città diventano bussola emotiva. L’Oreto, che nasce rigoglioso e arriva esausto, gli ha ispirato l’idea di una piena “improbabile ma non impossibile”: una piena che, a livello emotivo, chiamerebbe in causa tutti noi. Saremmo ancora capaci di straripare o l’emotività adulta tende a sedarsi? Coincidenza poetica o indizio del suo momento interiore?
Il parallelo con il “dopo Colapesce” era nell’aria. Ma a Leggo, Dimartino tiene immediatamente a fissare un punto: nessuna rottura e nessun addio burrascoso. La loro forza, dice, è sempre stata quella di custodire e proteggere le individualità artistiche, restando in contatto quotidiano. Fine del capitolo? Forse. Oppure, chissà, nuove traiettorie parallele potrebbero aspettarli dietro l’angolo. Voi come la leggete: rassicurazione sincera o mossa per tenere il pubblico sulle spine?
E poi c’è il futuro, tema caldo che a Leggo affronta senza giri di parole. Dimartino ammette che il futuro lo spaventa, soprattutto se osservato attraverso gli occhi di un padre. Le notizie su guerre e cambiamento climatico pesano, e l’istinto, confida, è quello di proteggere. Tradotto in musica, il futuro per lui è come la foce: punto d’arrivo, certo, ma non la fine della corsa. Dovremmo farcene un promemoria?
Su Palermo non la manda a dire: nella chiacchierata con Leggo tratteggia una città che sembra “aver chiuso le vie di fuga” e persino le vie d’ingresso, rischiando, a suo avviso, di diventare una caricatura esotica di se stessa. Eppure, la scelta è stata di tornarci a vivere. Contraddizione o dichiarazione d’amore in piena regola? Forse entrambe. Perché chi conosce Palermo sa che è una città che ti chiama anche quando sembra voltarti le spalle.
Nel pezzo “Gusci vuoti”, Dimartino riaccende un tema che gli è caro: la sconfitta generazionale. A Leggo descrive una scena da film: ex compagni di scuola che si ritrovano dopo vent’anni, a un funerale, e fanno i conti con la vita. La sua generazione, suggerisce, non si sente fortunata come aveva sperato: ci si aspettava un futuro migliore dei genitori, ma spesso si stringono in mano gusci, non conchiglie piene. Vi ritrovate in questa immagine o pensate che sia solo una poetica iperbole?
Sul fronte politico, l’artista con Leggo è netto: non si sente rassicurato dal clima attuale e ritiene difficile non prendere posizione. A suo giudizio, questo momento storico sarebbe addirittura tra i più critici, con effetti che, secondo lui, zavorrano la libertà creativa in musica, cinema e scrittura. Nessun tifo cieco, però: nel suo ragionamento trova spazio anche una critica alla sinistra, accusata di aver smesso di parlare a chi dovrebbe sentirsene rappresentato. Domanda scomoda: è una lettura che dividerà il pubblico o, paradossalmente, lo avvicinerà?
Dimartino rivendica la scelta di non partecipare a eventi quando sente che l’allineamento politico in scena non lo rappresenta; e ricorda come, ai tempi di “Ragazzo di destra” con Colapesce, siano arrivate le critiche. Lui, però, rilancia quell’idea: prima di tutto la libertà, anche se costa caro. Coerenza artistica o sfida calcolata?
C’è anche Federico García Lorca a fare da stella polare. Dimartino confida a Leggo di aver scelto i suoi versi come un modo indiretto, ma potentissimo, per parlare di politica: dentro c’erano già fiume, foce e fonte, le tre parole chiave del disco. Un gioco di specchi in cui la poesia fa da megafono alla realtà.
E il suono? Scorre. Letteralmente. Le tracce sono costruite per non interrompersi, con l’acustica come ossatura, un coro di cinque voci femminili, archi e elettronica trattata come paesaggio e rumore. A tratti potrebbe sembrare persino un treno che passa, con un flauto sintetizzato a cucire i brani come un leitmotiv. Chi ha in mente certe atmosfere di René Aubry coglierà l’eco subito: qui lo scorrere non è solo concetto, è architettura sonora.
Dimartino racconta a Leggo la stima per Tredici Pietro, con cui ha lavorato per l’ultimo Festival di Sanremo, e per Mobrici, con cui ha firmato “Interstellar” in “Supernova”. Ma lancia anche una frecciatina costrutt