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Esclusione delle Scrittrici Donne nell’Analisi del Testo della Maturità: un Silenzio Ingiustificato dal 1999

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È mattina presto, i fogli si aprono, l’ansia scivola tra i banchi. In quell’istante sospeso la scuola decide anche chi siamo: quali voci ascoltiamo, quali lasciamo fuori dalla porta. E da troppo tempo, a quella porta, bussano invano molte donne.

La prima prova della Maturità è un rito laico. Ragazze e ragazzi scelgono la traccia, respirano, si fidano delle parole. L’analisi del testo pesa come una promessa: se capisci un brano, puoi leggere il mondo. È qui che la scuola, più che altrove, indica un canone scolastico. Dice: questa è la nostra letteratura italiana, questo è il suono di un Paese.

Eppure, mentre i nomi scorrono ogni giugno, un dettaglio resta muto. Non è un dettaglio, in realtà. È un vuoto. Per oltre venticinque anni, dal 1999 in poi, nella traccia di analisi del testo della prima prova non è comparsa nessuna autrice. Nessuna. I dati pubblici lo mostrano chiaramente: da Montale a Moravia, da Ungaretti a Sciascia, gli autori ci sono stati; le scrittrici no. Non risultano eccezioni ufficiali. Un’assenza che non si spiega con la qualità, perché la qualità c’è. Basta sfogliare un secolo.

Penso a Elsa Morante, capace di fondere epica e intimo con una lingua ferma. A Natalia Ginzburg, che con frasi brevi inchioda la memoria familiare e civile. A Grazia Deledda, premio Nobel nel 1926, la cui prosa taglia come vento di maestrale. A Anna Maria Ortese, lirica e feroce, o a Dacia Maraini, che ha attraversato temi e generazioni. E poi le poetesse: Antonia Pozzi, Amelia Rosselli. Quante sarebbero perfette per una traccia chiara, esigente, formativa.

Una scena vera. Durante una simulazione, una prof propone un racconto di Ginzburg. La classe, che a volte sbadiglia, qui si raddrizza. Una studentessa alza la mano: “Sembra scritto per noi”. Lo dicono spesso anche i manuali ben fatti, ma non sempre le scelte dell’Esame di Stato lo confermano. Il punto, allora, non è “inserire una donna per correttezza”. È riconoscere che senza quelle voci il quadro è monco. E che il quadro monco educa a uno sguardo monco.

Un’assenza che parla più di una scelta

Nel tempo si sono sommate spiegazioni: l’inerzia del canone, l’idea che certi autori “funzionino” meglio in sede d’esame, la pigrizia di cambiare griglie e commenti. Ma le ragioni tecniche non reggono al confronto con i testi. Non esistono dati univoci sul peso delle donne nelle antologie, ma le ricerche disponibili indicano una presenza ancora marginale rispetto agli uomini. E il risultato si vede: nessuna traccia firmata da autrici del Novecento o contemporanee, mentre il Ministero ogni anno ribadisce l’importanza della pluralità.

Questa ripetizione crea normalità. Dopo un po’ non ci facciamo più caso. È il rischio più grande: trasformare un silenzio in abitudine.

Cosa possiamo fare adesso

Intanto, nominare il problema. Chiedere che la commissione che seleziona i brani valuti con la stessa cura testi di scrittrici e di scrittori, e lo dichiari. Preparare le classi su Ginzburg come su Calvino, su Morante come su Pavese. Coinvolgere chi insegna e chi studia, perché la parità di genere non è un capitolo a parte: è qualità dell’istruzione. E affidarsi ai fatti: i testi ci sono, reggono alla prova, allenano la lettura critica.

Non è una guerra di quote. È una questione di verità culturale. Se vogliamo che la scuola insegni a vedere, non possiamo chiedere agli studenti di farlo con un occhio solo. Nelle prossime estati, quando i fogli si apriranno ancora, a chi affideremo quella prima parola? Io spero a chi, finora, ha avuto solo il rumore della porta chiusa. Perché a volte basta un brano giusto per cambiare il paesaggio di una vita. E una prova d’esame, almeno una volta, può essere proprio quel varco.