Perché i marciapiedi del Giappone hanno quelle linee gialle in rilievo

Le noti all’improvviso, come un filo giallo che cuce la città. Corrono dritte tra pioggia e neon, si arrampicano sulle scale, si fermano di colpo in stazione: un invito silenzioso a rallentare, a capire che il suolo parla prima ancora dei cartelli.

Perché i marciapiedi del Giappone hanno quelle linee gialle in rilievo
Perché i marciapiedi del Giappone hanno quelle linee gialle in rilievo

A Tokyo le ho seguite senza pensarci. Pioveva, l’ombrello gocciolava, e quelle linee gialle in rilievo tagliavano il marciapiede come una corsia preferenziale. La città scorreva ordinata. I treni si fermavano esatti là dove il disegno sul pavimento prometteva le porte. La folla non sbagliava un passo.

Questo non è un vezzo estetico. È un modo di immaginare lo spazio pubblico come una tecnologia semplice. Niente app, niente notifiche: solo pavimentazione, ritmo e segni chiari. In Giappone questa idea ha radici profonde. L’obiettivo è ridurre l’imprevisto. Permettere a più persone possibile di muoversi da sole. Anche in un Paese che invecchia velocemente: oggi quasi una persona su tre ha più di 65 anni.

E quando lo spazio è così curato, cambia il nostro modo di camminare. Ti ritrovi a seguire la scia, a fidarti della logica del suolo. Ma quel giallo ha un preciso motivo di esistere. E non riguarda chi ha la vista buona.

Come funziona quel codice sotto i piedi

Quelle tracce si chiamano Tenji Block, o blocchi tattili. Non sono decorazioni, ma un vero linguaggio tattile pensato per le persone cieche e ipovedenti. Il sistema è essenziale e universale. Due famiglie di segni, riconoscibili con il bastone o con la pianta del piede.

Le barre parallele indicano direzione. Dicono: il percorso è libero, vai dritto. I punti in rilievo avvisano di un cambiamento o di un rischio. Dicono: fermati, guarda la situazione.

Li trovi davanti agli attraversamenti pedonali, lungo i binari dei treni, all’inizio delle scale. Il colore giallo assicura contrasto in molte condizioni di luce, ma in alcuni contesti si usano altre tinte per aumentare la visibilità. La geometria non è casuale: profondità e spaziatura permettono di sentirli senza inciampare, anche con passeggini o valigie. Questa grammatica ha standard tecnici riconosciuti a livello internazionale, come la norma ISO 23599, così da garantire coerenza e sicurezza.

Dall’idea al mondo

La storia nasce nel 1965. Un ingegnere giapponese, Seiichi Miyake, cercava un modo per aiutare un amico che stava perdendo la vista. Da lì il primo prototipo. La prima posa documentata risale al 1967, a Okayama. L’intuizione funziona, e si diffonde. Negli anni successivi i blocchi diventano parte della progettazione urbana in Giappone, poi viaggiano all’estero. Oggi sono presenti in metropolitane, aeroporti, marciapiedi di molte città del mondo. Non sempre l’installazione è perfetta o continua: in alcuni Paesi gli standard variano e il disegno non è ancora omogeneo. Ma la direzione è chiara. L’accessibilità non è un accessorio, è infrastruttura.

C’è un momento che resta. Stazione di Shinjuku, ora di punta. Un bastone bianco tocca il suolo, tic-tic, e si ferma sui puntini. Io guardo il semaforo, la pioggia fa brillare il giallo. Scatta il verde, il suono parte, le barre accompagnano il passo. Tutto accade insieme, senza spettacolo. La città tiene per mano senza stringere.

La prossima volta che incroci quei riquadri gialli, prova a metterti in ascolto. Non chiedono spazio, lo creano. Ricordano che una buona città parla a tutti, e che spesso la tecnologia migliore è sotto i nostri piedi. Quale altra cosa quotidiana, così piccola, potrebbe cambiare il modo in cui ci muoviamo domani?

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