Un insulto accende la miccia, una risposta cerca la misura: l’Italia ribadisce principi, chiede regole e guarda al mare aperto. In mezzo, la politica estera che deve tenere insieme dignità, sicurezza e responsabilità.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito “inaccettabili e indegne” le parole di Itamar Ben Gvir. Il ministro israeliano per la Sicurezza aveva ironizzato sul “Paese dello stivale” diventato “Paese delle ciabatte”. La battuta è nata dopo la notizia dell’indagine della procura di Roma a suo carico, con ipotesi di tortura e sequestro di persona legate alle denunce degli attivisti italiani fermati sulla Flotilla. Tajani non ha solo respinto l’attacco. Ha chiesto sanzioni dell’Unione europea contro Ben Gvir. Una mossa netta, in un’area dove le parole pesano come le azioni.
Tajani ha anche ribadito una linea non negoziabile: disarmo di Hamas e condanna assoluta del terrorismo. Qui non ci sono sfumature. La posizione italiana resta ancorata alla sicurezza di Israele e al diritto internazionale. Lo ha detto in Senato con toni fermi, senza scavalcare le procedure: la cornice resta europea, perché eventuali sanzioni richiedono l’unanimità dei Ventisette. Non è un automatismo. È diplomazia, con tempi lenti e scelte condivise.
Le parole che accendono lo scontro
Un insulto colpisce perché semplifica. “Ciabatte” contro “stivali” suona come una caricatura nazionale. Ma qui la posta è più alta: è il confine tra legittima critica e delegittimazione. In Italia, la reazione istituzionale si muove su due binari. Da un lato difende la dignità del Paese e l’indipendenza della magistratura. Dall’altro tiene il filo dei rapporti con un alleato chiave nella regione. Non è facile, e chi legge lo sa: l’emotività chiede ritorsioni, la politica estera chiede sangue freddo.
C’è un altro punto, meno rumoroso e più strategico, che Tajani ha fatto scivolare nel dibattito. L’Italia è “pronta a partecipare a una missione ad Hormuz dopo la fine della guerra”. È una frase che apre scenari concreti sul mare, non sui social. E introduce il ruolo della Difesa, con Guido Crosetto in partenza per gli Stati Uniti per incontri che, realisticamente, toccheranno dossier su cooperazione industriale, sicurezza marittima e interoperabilità. Nessun dettaglio operativo è stato reso pubblico. È normale così.
Ormuz, dove passa il mondo
Lo Stretto di Hormuz è uno snodo vitale: attraverso quelle acque transita quasi un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare. Ogni tensione lì si traduce in noli più alti, premi assicurativi, rotte che cambiano, merci che rallentano. L’Italia, con una marina addestrata e una tradizione di cooperazione nelle missioni internazionali, può dare un contributo credibile in compiti di scorta, sorveglianza e deterrenza. Il Mediterraneo allargato è casa nostra: dal Levante al Golfo, le filiere italiane sentono l’onda lunga di ogni crisi.
Non mancano le cautele. Una missione richiede mandato chiaro, regole d’ingaggio, coordinamento con partner europei e regionali. E tempi: Tajani parla esplicitamente di “dopo la fine della guerra”. La priorità, adesso, resta ridurre l’escalation, proteggere i civili, riaprire canali diplomatici. Il resto verrà con il lavoro paziente che spesso non fa notizia.
In fondo, si torna lì: al peso delle parole e alla responsabilità degli atti. Possiamo discutere all’infinito di “stivali” e “ciabatte”. Oppure chiederci quale impronta vogliamo lasciare sul ponte di una nave che taglia l’alba a Hormuz. La risposta, forse, sta nel silenzio operativo di chi naviga e nel coraggio sobrio di chi decide di farlo per tutti.