Virus, Vespignani: “Ci sarebbe più cautela se a morire fossero stati i giovani”

L’epidemiologo Alessandro Vespignani della Northeastern University di Boston parla del virus e analizza la situazione. Parla del poco rispetto e rigore delle regole e ne spiega il perché 

Alessandro Vespignani
Alessandro Vespignani (leggo.it)

“Se i 30mila decessi italiani fossero in tutte le classi d’età, se avessimo migliaia di bambini morti, migliaia di ventenni e di trentenni morti, saremmo in una situazione completamente diversa”. Questa la considerazione dell’epidemiologo Alessandro Vespignani della Northeastern University di Boston, intervenuto a ‘Mezz’ora in più’ su Rai3.

Non ci pensa due volte lo studioso a dire che se il coronavirus attacca soprattutto i fragili e sembra accanirsi su di loro. E forse proprio per questo da parte di molti c’è poca, troppo poca, cautela nei confronti di questo virus subdolo.

Questo in riferimento alle restrizioni imposte, e ancora non rimosse, e nel loro rispetto che in più di una occasione si è rivelato non proprio ligio. I divieti e le regole da rispettare sembrano quasi “un peso nella società” dice Vespignani.

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Virus, Vespignani: “Più accettabile sacrificare i deboli”

Zhong Nanshan con un paziente (GettyImages)
Zhong Nanshan con un paziente (GettyImages)

L’epidemiologo Alessandro Vespignani a ‘Mezz’ora in più’ su Rai3 usa parole forte per descrivere come le persone hanno recepito il virus e come lo stanno affrontando. E porse per la prima volta dona una visione che non era mai stata presa in considerazione fino ad oggi.

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“Questa malattia normalmente uccide persone che hanno più di 70 anni e in qualche modo la nostra società è molto meno toccata”. Quasi come se gli anziani fossero ai margini della società che percepisce poco l’ondata del virus.

E poi incalza senza mezzi termini: “Non solo questa malattia attacca le persone anziane di cui ci siamo voluti dimenticare, ma colpisce anche le persone obese, le persone con il diabete e altre malattie” dice l’epidemiologo riferendosi ai deboli che sono i più colpiti dal coronavirus. Ma aggiunge anche una nota ancora più amara a tutta questa sua riflessione: “È come se ci desse fastidio fermare la vita” per questo persone deboli che soffrono.

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È come, termina Vespignani, “se ci sembrasse più accettabile sacrificarle “sull’altare della crisi economica” in una logica di guerra vera”. Una guerra per lo studioso in cui si misura “il valore della vita e della vita delle persone più colpite”.