Come ridurre l'impronta ecologica dei nostri vestiti!

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VESITI,ragazze

10 consigli per far durare più a lungo e ridurre l'impatto ambientale dei nostri vestiti

Ridurre la nostra impronta ecologica non è cosa da poco, specialmente se osserviamo un semplice dato riguardante i nostri vestiti: una tipica famiglia italiana dismette 20 kg di indumenti in ottimo stato ogni 12 mesi. La compagnia tedesca Otto Group ha calcolato che una semplice camicia di cotone bianca a maniche corte è responsabile di 10,75 kg di CO2 e altri gas a effetto serra durante il suo ciclo di vita, ma una di colore scuro è ancora più pesante sul piano delle emissioni per un aumento del 13% senza contare le pratiche di lavanderia.
Arrampicarsi a ritroso sul filo di un tessuto o penetrare nelle fibre di una giacca è perdersi in un labirinto planetario, fra violazioni dei diritti umani, attentati all'ambiente e violenze sugli animali.
E di certo cambiare freneticamente guardaroba come i serpenti cambiano pelle ad ogni stagione di certo non aiuta l'ambiente. Possiamo rivoluzionare la moda più degli stilisti?  Fortunatamente si, seguendo dieci semplici consigli per allungare il ciclo di vita ai nostri vestiti senza dover gettarli via dopo una stagione!

  1. Leggere l'etichetta: chi decide di privilegiare i capi etichettati made in Italy un pò si illude, la filiera che attraversa una semplice camicia è talmente lunga che è possibile che in Italia siano stati attaccati solo i bottoni. Scegliamo capi con certificazioni ecologiche come il marchio Ecolabel, che indica limiti bassi nei residui tossici, depurazione delle acque reflue nella produzione ed esclusione del Pvc.
    Capi marchiati FairTrade venduti ad esempio nelle "botteghe del mondo" sono prodotti da artigiani del sud del mondo e le fibre provengono in genere dal mercato tradizionale e molto spesso colorate con colori naturali.
  2. Scegliamo il giusto tessuto: tra le fibre naturali il millenario cotone soddisfa il 38% della popolazione mondiale, ma i problemi socio-ambientali non sono indifferenti. Pesticidi, sfruttamento, immiserimento e avvelenamento sono problemi all'ordine del giorno per buona parte dei 200 milioni di persono che lo coltivano e lo lavorano nei paesi impoveriti. Le fibre tessili artificiali derivano dall'elaborazione chimica di cellulosa e derivati del petrolio con conseguente inquinamento e sfruttamento di energia ed acqua. Anche in questo caso le certificazioni ci possono essere d'aiuto: alcune linee di abbigliamento hanno il marchio europeo Ecolabel ma il tessile ecologico è anche certificato da marchi privati come Icea. Del cotone scegliamo la versione ecologica, cercando etichette con su scritto 100% cotone biologico, vestiamoci di lino, canapa e bamboo contribuendo alla crescita di filiere in genere più sostenibili e più facilmente fuori da giochi speculativi e sfruttamenti.
  3. Scegliamo i colori: il bianco candido nasconde l'insidia dello sbiancamento al cloro con conseguente inquinamento delle acque: è quindi da escludere categoricamente, preferiamo l'abbigliamento in tinte tenui, che non mostrano facilmente sporco o macchie o quello colorato con tinte naturali. Possiamo anche fare a meno delle collezioni dai colori fluo, molto anni '80 che invadono le vetrine!
  4. I love vintage: negozi, veri e propri laboratori trasformano, riscopono e rivendono vecchi abiti stilosi, utilizzano scarti di vecchie stoffe per nuovi modelli. Versioni chic della secondamano. Un mondo di vetrine parallelo molto apprezzato anche dai giovanissimi. Ma dove possiamo comprare abiti vintage? Facciamoci un giro per l'italia alla ricerca dei più interessanti negozi vintage, o partecipiamo agli eventi e fiere del vintage!
  5. Armadio troppo pieno? Stabilire una cifra per gli acquisti annuali, scegliere abiti adatti a tutte le occasioni da poter rinventare ogni volta che li indossiamo. Evitiamo fantasie vistose che vengono facilmente dimenticate in un cassetto o modelli troppo elaborati.