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Animali e inquinamento: l'impatto ambientale degli animali domestici

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cani, animali

Cani e gatti sono considerati parte delle famiglie: ma l'inquinamento è causato anche dagli animali, cosa fare allora?

Gli animali domestici ci accompagnano da sempre. Sono stati trovati cani e gatti sepolti addirittura migliaia di anni fa assieme ai loro padroni. Nel corso della storia sono stati compagnia di lusso per le classi elevate o utili supporti nelle campagne per la caccia o per tenere lontani i topi. Un tempo li si nutriva con gli avanzi o, soprattutto i gatti, si auto sostentavano con la caccia.
Oggi però le cose sono cambiate e sembra che si debba iniziare a considerare l’impatto ambientale dei nostri animali domestici, visto che nei paesi del G8 a fronte di 300 milioni di abitanti vi sono 130 milioni di cani e 150 milioni di gatti, con l’industria dei prodotti per animali in forte crescita.
Da qualche tempo è in corso una discussione accesa su questo tema, dopo la pubblicazione di “Time to eat the dog? The real guide to sustainable living”, i cui autori sostengono che se si vuole davvero rendersi conto dell'impatto ambientale di tutte le nostre scelte, dobbiamo considerare anche l'inquinamento provocato dagli animali domestici.
Il titolo prende spunto dalle prime spedizione antartiche dove gli esploratori, una volta terminate le provviste, erano costretti a sacrificare la muta da slitta. Naturalmente è una provocazione, ma con le sue teorie porta a chiedersi se in un mondo di risorse limitate sia giustificabile il mantenimento di animali domestici che consumano, e inquinano, più di alcune persone. Perché secondo i calcoli, in gran parte condivisi e rilanciati da New Scientist, alcuni animali, soprattutto a causa del cibo che mangiano, hanno un’impronta ecologica sostanziosa: 0,84 ettari di terra per mantenere un cane di media taglia, quando un vietnamita si ferma a 0,76 ettari , ed un etiope ad appena 0,67 ettari (un italiano a 4,2).

L’energia equivalente per sostentare un cane in un anno sarebbe quella necessaria per percorrere 10 mila chilometri con una Toyota Land Cruiser. Per un gatto equivarrebbe a quella di una Volkswagen Golf. Naturalmente non stiamo dicendo che sia meglio possedere un Suv che un cane, ma che dovremmo considerare come li alleviamo.
Esiste una gamma sconcertante di alimenti, oggetti ed accessori per animali domestici. Solo per nominarne alcuni, andiamo dal cibo con estratti di yucca per fare puzzare meno gli escrementi, a borse per portare in giro i cuccioli, seggiolini per l’auto, fontane a flusso continuo per fare bere i gatti, materassi fatti con una schiuma che mantiene la forma dell’animale, per finire con il tapis roulant per cani obesi.
Il business principale è quello del cibo, dominato da quattro multinazionali - Procter & Gamble, Nestlé, Mars e Colgate-Palmolive - che rappresentano oltre l’80 % del mercato e che dichiarano di avere un ciclo altamente efficiente basato esclusivamente su scarti o eccedenze di prodotti per l’alimentazione umana.
Gli impatti ambientali della catena alimentare umana sono ben documentati, quindi sarebbe giusto, per esempio, anche chiedersi quanto è ragionevole nutrire i nostri cuccioli con spezzatino d'agnello con orzo, riso e broccoli, tutto con certificato biologico, come recita un’etichetta di marca. Non c'è motivo comunque perché le industrie di alimenti per animali non vengano sollecitate a migliorare ambientalmente i loro cicli produttivi. Probabilmente la prima azienda che producesse e pubblicizzasse prodotti eco-sostenibili conquisterebbe il mercato, anche perché in questo discorso c’è un bel paradosso visto che spesso chi possiede animali è tendenzialmente sensibile all’ambiente e ai propri impatti.

Le stime fatte dagli autori del libro dicono che per nutrire gli animali domestici sono necessari circa 2 milioni di km quadrati, pari al 12% delle terre coltivate. Vista l’insufficienza di cibo per una parte dell’umanità sembrano proprio consumi poco sostenibili, e ancora più preoccupante è il fatto che alcune persone spendono più per alimentare i loro animali che sé stesse o i propri figli.
L’impatto è dovuto per lo più alla carne. A ben guardare in realtà, le scatolette più diffuse contengono scarti della macellazione non destinati a consumo umano, come frattaglie, sangue o tendini che costituiscono il 15 % circa della carcassa. Parti che peraltro andrebbero smaltite, con un certo costo economico e ambientale, come rifiuti. Molti veterinari consigliano di usare tranquillamente gli avanzi di casa per nutrire cani e gatti: considerato che una buona parte della spesa finisce diretta in spazzatura sarebbe sicuramente positivo. Il consiglio in termini di alimentazione è seguire il principio “piume e orecchie lunghe, non corna e pinne", cioè favorire alimenti a base di pollo e coniglio ed evitare carne rossa e pesce che, in confronto, concorrono molto di più all'inquinamento ambientale. Ultimo e forse più importante: più piccola è la taglia dell’animale, meglio è.
Ma ovviamente il peso ambientale non è solo per il cibo. Grossi problemi creano le deiezioni canine e il loro smaltimento: in Inghilterra sono 250 mila tonnellate all’anno, quanto il totale annuale dei rifiuti urbani di una media provincia italiana, a San Francisco sono il 4% del totale dei rifiuti, stessa quantità dei pannolini usati. Inoltre è documentato un impatto sugli ecosistemi e sugli animali selvatici.
Il libro ha sollevato moltissime critiche, anche sul calcolo dei dati, ma ha certamente il merito di evidenziare che il problema esiste. Un animale domestico dà gioia e compagnia, ha effetti benefici su bambini e anziani e risvolti eccezionali quali la pet-therapy. Indiscutibilmente richiede tempo, energie e denaro: oltre al cibo c'è il veterinario, l'assicurazione, la lettiera. Spesso si sente dire da alcuni padroni che tenere un’animale in casa è impegnativo come avere un figlio e che i cuccioli domestici fanno parte della famiglia. Non dovrebbe quindi essere una sorpresa dire che gli animali hanno un impatto ambientale simile a quello di una persona. Siamo oramai sensibili alla riduzione della nostra impronta ecologica, abituati a guardare le emissioni delle nostre auto, a differenziare i rifiuti, ad usare lampadine a basso consumo. Non sembra illogico chiedersi se valga la pena continuare a mantenere gli animali domestici esclusivamente come sfizio. Uno stile di vita sostenibile richiede scelte anche faticose, anche cani e gatti possono fare la loro parte.

Giacomo Magatti


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