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Sonia Scommegna
Continua il nostro viaggio nel mondo degli ecomiti, ovvero credenze in ambito ecologico che siamo pronti a sfatare! La puntata di oggi è dedicata al mondo delle lampadine cosiddette ecologiche: mi fanno davvero risparmiare? Ma fanno male alla salute?
Leggi le altre puntate:
1) Il riciclo di vetro, carta e plastica
2) Miti e credenze sull’energia eolica
Le lampadine fluorescenti compatte (LFC) le cosiddette a basso consumo sono sicuramente uno dei sistemi utili ad abbassare la nostra impronta ecologica.
Passare dalle lampadine tradizionali alle LFC ci aiuta a ridurre le nostre emissioni di gas serra: consumano il 60 % in meno di energia (possono arrivare fino all’80%), durano da 6 a 15 volte più a lungo e usarle in tutte le case permetterebbe di ridurre la CO2 pro capite del 10 %, obiettivo che sarà facilitato dal prossimo anno quando all’interno dell’Unione europea le lampadine tradizionali non saranno più in vendita.
Se si considera un tempo di vita di 8000 ore e considerando anche i costi di produzione, costano molto meno confronto alle lampadine tradizionali. Se però le LFC vengono accese e spente per poco tempo e per molte volte, la loro vita diminuisce così come la loro convenienza, anche perché il vantaggio economico comincerebbe dopo le prime 4 mila ore di esercizio.
Oltre ai dubbi economici, c’è chi si lamenta del tipo di luce emessa dalla LFC, troppo fredda o non adatta a particolari ambienti, o al fatto di non poterle utilizzare in particolari sistemi di illuminazione. In realtà oramai si possono trovare sul mercato lampade con luci di diverso colore e intensità o adatte per i variatori di luminosità, come quelle prodotte ad esempio da Megaman. In ogni caso al momento le LFC risultano essere un sistema sostenibile e sicuro per fare luce.

Ultimamente le LFC sono sotto accusa per il loro contenuto di mercurio, che per qualcuno potrebbe mettere a rischio la nostra salute. In effetti il loro funzionamento prevede che la corrente elettrica solleciti gli atomi di un gas di mercurio che così producono una luce ultravioletta, la quale stimola dei sali di fosforo che emettono luce visibile.
È vero quindi che all’interno del tubo di vetro della lampadina è sigillato un gas di un metallo pesante neurotossico, ma la quantità contenuta (5 mg per lampadina, l’1% di quello di un termometro) è minima, e in caso di rottura se ne disperderebbe solo il 7 % circa mentre il resto rimarrebbe attaccato al tubo di vetro.
Bisogna poi ricordare che le lampadine incandescenti nel loro intero ciclo di vita producono, seppur indirettamente, più mercurio delle fluorescenti. E sono al confronto totalmente inefficienti, visto che disperdono sotto forma di calore l’85 % di energia che consumano.
Chiaramente le LFC devono essere smaltite in maniera corretta, in appositi raccoglitori e trattate come fossero un rifiuto pericoloso. In Italia lo smaltimento è garantito dal Consorzio Ecolamp per il recupero e lo smaltimento di apparecchiature di illuminazione.

Altra opzione di illuminazione che ha costi di gestione ancora più bassi sono i LED. Questa tecnologia abbastanza datata (risale agli anni ’60) sta avendo una rinascita decisa e potrebbe soppiantare sul mercato le lampadine a bulbo, proprio per i notevoli vantaggi sia ambientali che economici che offre. Purtroppo per ora l’implementazione di un sistema casalingo interamente fatto di led resta ancora molto costoso da implementare.
Inoltre resta il problema della tipologia di luce prodotta, anche se la loro diffusione sta portando alla produzione di Led adatti a vari tipi di esigenze.
C’è chi ci ha già scommesso fortemente, come il paese di Torraca in provincia di Salerno che è diventato il primo comune al mondo illuminato a Led: in tutti i 600 lampioni dell’illuminazione pubblica le lampadine sono state sostituite egregiamente da semiconduttori che oltre ad aver abbattuto le emissioni hanno ridotto drasticamente il costo della bolletta del paese.
Secondo uno studio di Azzero CO2 se tutti i comuni d’Italia facessero come Torraca, si risparmierebbe 1 miliardo di euro all’anno, più o meno la cifra che in questo momento il nostro paese deve pagare per il ritardo sugli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto.
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