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Sonia Scommegna
Continua il nostro viaggio nel mondo del nucleare. In questa seconda puntata ragioniamo sul livello di inquinamento del nucleare: è davvero così pulito come si dice?
Vi ricordiamo il nostro percorso:
#1: Il nucleare è economico?
#2: Il nucleare è pulito?
#3: Uranio in abbondanza?
#4: Il nucleare è pericoloso?
#5: Quali sono le frontiere del nucleare?
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Per avere una valutazione reale delle emissioni di co2 di una centrale nucleare bisogna considerarne l’intero ciclo di vita, pensando che ciascuna delle fasi di lavorazione richiede un apporto di energia (ad esempio l’energia necessaria per estrarre l’uranio o quella per arricchirlo, oppure quella per gestire le scorie), prodotta da un insieme di fonti energetiche che dipende dal luogo in cui viene svolta, e se per produrre questa energia si utilizzano fonti fossili, allora ci sarà inevitabilmente una emissione di co2 che deve essere messa in conto all’impianto nucleare.
I risultati delle ricerche finora effettuate sono molto diversi, a seconda delle fonti e delle metodologie usate. Il modo più diffuso di indicare tali risultati è di misurare le emissioni di co2 in grammi per kWh di energia elettrica prodotta, e i valori che si trovano nelle diverse ricerche pubblicate variano da meno di 5 g/kWh a oltre 100 g/kWh, dove il valore più basso si riferisce a studi presentati dalla World Nuclear Association, quello più alto a uno studio di due ricercatori indipendenti, Jean Willem Storm van Leeuwen e Philip Smith, pubblicato qualche anno fa.
Un tentativo di confrontare le diverse valutazioni di ciclo di vita, anche per altri sistemi di produzione dell’energia elettrica, è stato fatto dal World Energy Council, che indica un valore medio tra gli studi presi in considerazione di circa 20 g di co2 al kWh.
Un rapporto del WWF indica 35g/kWh.
Utilizzando questi ultimi valori medi e confrontandoli con analisi simili effettuate sul ciclo di vita di altre fonti energetiche, si giunge alla conclusione che una centrale nucleare emette, nel suo ciclo di vita, meno di un trentesimo di CO2 rispetto a una centrale a carbone e circa un ventesimo rispetto a una centrale a gas a ciclo combinato; le sue emissioni sono comparabili con quelle delle migliori fonti rinnovabili, come l’idroelettrico e l’eolico e decisamente inferiori al fotovoltaico.
Sembra quindi che da questo confronto emerga un punto decisamente a favore del nucleare.
Certo è che, quando si parla di “pulizia” del nucleare bisogna tenere in considerazione non solo l’emissione di co2, ma anche le scorie radioattive derivanti dal processo di creazione di energia.
Che si tratti di II o III generazione, il nucleare produce scorie radioattive. Il combustibile esausto, che viene estratto dal reattore, contiene isotopi radioattivi tra cui i prodotti di fissione. I tempi di decadimento necessari per rendere non pericolosa la radioattività che caratterizza i radioisotopi generati all’interno del reattore, è molto variabile e può essere di pochi anni, ma anche di centinaia di migliaia di anni come nel caso di un isotopo di plutonio.
Per il loro stoccaggio è necessario ricorrere a barriere naturali, come le formazioni geologiche in profondità.
La quantità di scorie potrebbe però ridursi notevolmente, sia tramite riprocessamento del combustibile nucleare, sia con i reattori di IV generazione.
Cos’è il riprocessamento o ritrattamento delle scorie radioattive? Il combustibile che viene scaricato dal reattore contiene ancora una grande quantità di elementi che possono essere sfruttati sia direttamente che indirettamente per la reazione nucleare di fissione. Occorre dunque separare questi elementi riutilizzabili dai prodotti di fissione che vengono invece stoccati. Così facendo è possibile ottenere diversi vantaggi: si ottiene un utilizzo migliore del combustibile, si riducono i volumi di scorie da stoccare e si riducono anche i tempi di decadimento dei rifiuti radioattivi, in quanto i tempi di decadimento più elevati sono proprio associati a quegli elementi transuranici che possono essere riutilizzati.
Nei cicli in cui viene previsto il ritrattamento, il combustibile nucleare viene spedito in un impianto ad hoc: qui si separano chimicamente gli isotopi fissili e fertili dai prodotti di fissione e si crea una nuova miscela. In particolare, si utilizza il plutonio generato nel reattore e lo si mescola con nuovo uranio. Il riprocessamento del combustibile diventa di primaria importanza nel produrre energia tramite i nuovi tipi di reattori (IV generazione).
La Francia ha adottato questo sistema da anni, mentre gli Stati Uniti hanno preferito un modello che prevede un utilizzo singolo dell’uranio, che poi viene direttamente stoccato in un deposito geologico, questo per evitare il rischio di possibili bombe nucleari. Oggi però stanno ripensando la questione, e stanno pensando di passare ad un modello di riciclo.
Domanda che viene spontanea a noi tutti gli Italiani è: “ Se non riusciamo a gestire i rifiuti di Napoli, come pensiamo di gestire le scorie nucleari?” Il professor Marco Ricotti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Milano, in un’intervista del Corriere della Sera risponde così: “Esistono soluzioni tecniche consolidate, si possono individuare anche in Italia siti sicuri dove stoccarle e in futuro si potrebbe pensare a un deposito geologico comunitario. La Russia ha già offerto la sua steppa in Siberia.”.
Pochi sanno che ad oggi opera in Italia una società partecipata dallo Stato, la SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) che ha il preciso compito di smantellare le centrali un tempo attive in Italia e di stoccarne i rifiuti.
Questi i suoi obiettivi: smantellare entro il 2015 i cinque impianti di ricerca sul ciclo del combustibile di Enea presenti in Italia - i due della Casaccia, nei pressi di Roma, e quello di Rotondella (Matera), Saluggia (Vercelli) e Bosco Marengo (Alessandria). Oltre ai cinque impianti del ciclo del combustibile, Sogin gestisce anche le quattro centrali nucleari italiane (Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano).
I controlli effettuati dalla Sogin sono avanzatissimi e da più parti nel mondo ci sono addirittura le associazioni ambientaliste che applaudono i metodi di stoccaggio.
Concludendo: il nucleare viene chiamata energia pulita ma non può essere definita tale. Ad oggi, momento in storico in cui il nostro problema consiste nel global warming e quindi nell’eccessiva emissione di co2, il nucleare può essere la scelta giusta dal punto di vista delle emissioni di co2, ma non è che ci stiamo accollando un inquinamento diverso? Non stiamo solo trasferendo il problema da un inquinamento all’altro?
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La situazione, a mio parere, è piuttosto preoccupante. In un paese dove vince il più furbo, il più disonesto, dove chi fa le cose secondo legge è sempre svantaggiato, dove sotto le coltivazioni si trovano interi camion di rifiuti tossici seppelliti abusivamente, dove le polveri tossiche svolazzano felicemente sulle piantagioni di prodotti biologici, dove nemmeno i "normali" inceneritori rispettano le normative sulle emissioni...figuriamoci cosa potrebbe accadere se tutto diventa più impegnativo, come nella gestione del nucleare.
Sono d’accordo sul fatto che non si possa chiamare il nucleare energia pulita, semplicemente perchè non lo è. Il problema delle scorie è assai grave e le tecnologie di IV generazione possono essere un parziale rimedio. Il fatto è che le centrali che costruiremo in Italia, saranno di III generazione. Considerando i tempi di costruzione, collaudo e messa in opera e vedendo tutto sotto un profilo ottimistico, avremo 4 centrali di III generazione che copriranno il 10% dei consumi nel 2020. Non sono un’esperta, ma, secondo lo studio “Analysis of Uranium supply to 2050” del 2001, le riserve di uranio fissile si esauriranno entro 35 anni, quindi le nostre centrali avranno vita molto breve e i vantaggi del nucleare si annulleranno, con la conclusione di aver investito tempo e molto denaro in un progetto chiaramente perdente in partenza, fermo restando il problema delle scorie.
Si stima che le riserve di uranio fissile e petrolio si esuriranno più o meno nello stesso periodo. Acqua, sole e vento fortunatamente non si esauriranno a breve. E allora? E’ così difficile capire quale sia la strada migliore da intraprendere? Si, lo è, visto che al G8 non si fa altro che parlare di come fare per aumentare la produzione di petrolio.
ahhh la magia della ricerca...grazie ezu!
@ siisa
ma perchè sempre si insiste sulle italiche nefandezze...ma è mai possibile che non possiamo ritenenrci altro che un popolo schifoso, mafioso, corrotto...?? ma è mai possibile che non ci sia neppure un briciolo di umiltà nel pensare che le persone ragionano e agiscono nella massima buona fede e con la massima onestà intellettuale??
un po’ di ottimismo accidenti, altrimenti che vita triste!! io conosco tonnellate di persone super in gamba, e spero che tutte possano contrinuire al progresso e al miglioramento del mondo...
Trovato! Dunque:
"La nuova generazione dei reattori nucleari"
Prefazione: I reattori a neutroni veloci potrebbero estrarre molta più energia dal combustibile nucleare riciclato, minimizzare il rischio di proliferazione di armi e ridurre di molto il tempo di isolamento delle scorie nucleari.
Le Scienze - n. 452 (pagg 62 - 69) aprile 2006.
Facendo un giro su Wikipedia, ho scoperto che i reattori nucleari a neutroni veloci sono effettivamente una tipologia di reattori di quarta generazione.
La cosa "simpatica" è che le tecniche alla base di questo tipo di reattori furono introdotti negli anni ’80 (per alcune parti addirittura all’inizio degli anni ’70), ma poi abbandonati in parte per la complessità delle problematiche legate a questo tipo di reattore, ma fondamentalmente perchè s’era scoperto che le scorte di Uranio erano più di quelle che si pensasse (allora).
L’efficienza di questi reattori è disarmante: se un reattore attuale (seconda o terza generazione) ha un’efficienza dell’1%, cioé riesce ad estrarre energia solo dall’1% del combustibile, con i reattori veloci si arriva quasi al 100%. In termini energetici si passa da 40-55 MWh per kg di uranio a 6.500-7.500 MWh per kg. Non male direi.
Tra l’altro si può usare combustibile esaurito di reattori tradizionali come parte del mix necessario al reattore per funzionare. Inoltre la fissione dell’uranio in questi reattori produce plutonio utilizzabile per "alimentare" il reattore stesso, questo però se da un lato è positivo, dall’altro crea un rischio di sicurezza, perché potrebbe essere ’intercettato’ da malintenzionati (terroristi...).
Altra nota positiva è che le scorie del reattore, oltre ad essere notevolmente inferiori di quelli tradizionali, decadono come radioattività molto più rapidamente dalle scorie "tradizionali"... "solo" decina di migliaia di anni contro i "milioni".
La nota dolente è che tecnicamente non si prevede che possano esserci reattori di IV generazioni pronti a funzionare prima del 2030. Troppo lontano per essere preso in considerazione dai politici...